Quando un istante prende forma

Nel corso degli anni, ho ascoltato più di mille testimonianze, e i miei dipinti sono nati da questi ascolti.

È iniziato tutto quando ho chiesto alle persone di raccontarmi qualcosa. A volte si è trattato di una parola (come sole), altre di un momento preciso nel tempo (come cosa hai fatto il 21 giugno), altre ancora di un sentimento (come la tua rabbia).

Ricevevo dei vocali e li ascoltavo, uno alla volta.

Non ho mai cercato di capire o di orientarmi dentro ai racconti. Ho semplicemente iniziato a restare lì, dentro a ogni testimonianza, senza metterla in relazione con le altre, creare gerarchie o giudicare.

Ogni racconto portava con sé una qualità molto precisa. Non tanto di contenuto, ma il modo in cui si muoveva: come si apriva, si concentrava o prendeva spazio. È da quel modo che nasceva il gesto. A volte era un colore, altre un ritmo, altre ancora un tratto, una tensione, una pausa o una coincidenza.

Non stavo traducendo il racconto, ma nemmeno limitandomi ad ascoltarlo. Il gesto arrivava da quel restare: un punto in cui non intervenivo ma non ero nemmeno fuori. Quello che emergeva non apparteneva più solo al racconto ma all’istante stesso, che prendeva corpo in un altro linguaggio.

Il gesto pittorico doveva essere minimo. Non doveva trasformare nulla né invadere il racconto, ma appoggiarsi su di esso. In questo modo l’istante non rimaneva un’esperienza isolata, ma continuava a vivere su tela senza essere spiegato.

Col tempo ho iniziato a vedere questi dipinti in modo diverso. Non come opere, ma come una forma di restituzione al reale di ciò che era stato colto.

Oggi non dipingo quasi più ma quel gesto è rimasto.

Gli istanti che raccolgo ora nascono nello stesso modo: non vengono cercati né costruiti, ma colti nel momento in cui prendono forma. Non su tela ma nel reale. E continuano a esistere nello stesso punto di prima: tra ciò che appare e la disponibilità a restare.

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Restituzione: quando la relazione diventa gesto