Sogliare: coltivare la relazione con il reale
Per molti anni ho lavorato ascoltando. Ascoltavo testimonianze, parole consegnate con fiducia, frasi sospese, a volte non ancora compiute. Il mio compito non era interpretarle né guidarle verso un significato, ma restare. Restare abbastanza a lungo affinché qualcosa potesse apparire “da sé”.
Nei dipinti nati da quegli ascolti e nelle definizioni collettive del Vocabolario, non ho mai cercato un’estetica da applicare. Cercavo soprattutto il punto in cui la testimonianza ricevuta permettesse ad altro di manifestarsi. E in quell’incontro, a volte, un gesto prendeva forma.
Non la chiamavo ancora sogliare, ma capisco adesso che quella era già una postura.
Restare sulla soglia
Con il tempo ho capito che ciò che stavo imparando ad abitare non riguardava solo l’arte, ma riguardava un modo di stare davanti al mondo.
La soglia non è un confine da attraversare in fretta. È un luogo in cui sostare.
E quando resto sulla soglia, non entro imponendo il mio sguardo, e non resto nemmeno fuori osservando a distanza. Mi pongo in una disposizione attenta, ed è lì che l’incontro può accadere.
La sospensione
Sogliare implica una sospensione. Non la sospensione dell’azione, ma del giudizio. Non affrettarsi a dire cosa è giusto o sbagliato, bello o brutto, o cercare subito un senso da applicare.
Come quando ascoltavo le testimonianze: dovevo lasciare spazio. Lasciare cioè che le parole si depositassero e che potessero trovare una loro forma.
Nel tempo ho compreso che questa sospensione non vale solo per l’ascolto dell’altro. Ma vale per il paesaggio, per i luoghi e per ciò che accade nel quotidiano.
Sogliare, quindi, è permettere al reale di mostrarsi prima di volerlo spiegare.
La distanza giusta
Ogni incontro richiede misura. Se mi avvicino troppo, rischio di coprire ciò che appare con il mio desiderio di comprenderlo. Se invece resto troppo lontana, rischio di non entrare mai davvero in relazione.
La soglia è la distanza giusta. È un punto di equilibrio dinamico. Non è fisso; si impara abitando. È una regolazione sottile tra giudizio e ascolto, tra coinvolgimento e distanza.
Forse è proprio nell’ascolto di tante voci, nel lasciare che si risolvessero in gesto estetico, che ho imparato a sentire quella misura. Non direi come regola, ma come sensibilità.
Dal legame alla soglia
È stato durante la mia ricerca accademica, che ho potuto cercare di dare un fondamento teorico a questa esperienza. Ho voluto approfondire la questione del legame, tentando di comprendere come si genera una relazione che non fosse né possesso né dissoluzione. Una relazione in cui sia io sia il reale potessimo restare presenti entrambi.
A un certo punto ho sentito il bisogno di trovare una parola più concreta da attribuire a questa forma di legame, e l’ho individuata in Sogliare.
È una parola che indica un gesto. Non un sistema e nemmeno una via. Un gesto.
Gli istanti come accesso
Quando ho iniziato a riconoscere gli istanti, ho capito che erano il segno visibile di quella postura. Gli istanti non sono creati. Accadono quando la relazione si approfondisce.
Sono accessi al reale. Non sono messaggi, sono eventi di incontro. Se sogliare è la postura, gli istanti sono la traccia di quel modo di stare.
Le forme che ne derivano
Questa postura ha preso nel tempo forme diverse. A volte è diventata un’opera visiva o una parola collettiva. A volte è diventata un luogo abitabile. A volte un cammino condiviso.
Non è la forma a generare il sogliare, ma è il sogliare a rendere possibili le forme.
Per questo oggi posso dire che tutto il mio lavoro rientra in questo orientamento. Non perché lo abbia progettato così dall’inizio. Ma perché, guardando indietro, riconosco quella postura come filo conduttore.
Una ricerca continua
Sogliare non è qualcosa che ho concluso, ma la considero una ricerca del vivere. Ogni volta che mi pongo sulla soglia, qualcosa si chiarisce. E, allo stesso tempo, si apre.
Non so se questa parola mi accompagnerà per sempre. Per ora mi permette di nominare ciò che accade quando la relazione non è né forzata né evitata.
Mi permette, in poche parole, di coltivare la relazione con il reale. E quando la relazione si approfondisce qualcosa appare, sempre.
Sogliare, oggi
Con il tempo, infatti, la soglia ha smesso di essere solo una misura. All’inizio, molto probabilmente, era una necessità: un modo per non perdermi nell’incontro. Poi è diventata una postura di fiducia.
Ho iniziato a fidarmi del fatto che restare sulla soglia non significasse restare fuori, ma restare intera.
Oggi la soglia è il luogo in cui mi riconosco. È il punto in cui posso essere centrata ed espansa, quieta e viva nello stesso tempo.
Non è una tecnica che applico. È una postura che mi restituisce a me stessa mentre incontro il mondo.
È anche una parola che continuo ad abitare. E ogni volta che la abito, qualcosa prende forma.
Lieti momenti,
Giada
Abitare la soglia
La soglia non è un’idea. È un’esperienza. Alcune volte si pratica da soli. Altre può essere condivisa in un luogo e in un tempo precisi. Sogliare Bellinzona è uno di questi campi. Se senti che questa postura ti riguarda, puoi avvicinarti da lì.