13 luglio 2025
#2
Dentro il centro, per orientarsi
Dopo aver attraversato la soglia, questo secondo passo ci porta al centro. Non un luogo di quiete ma una zona viva, da cui le cose iniziano a disegnarsi. Non si tratta di rallentare, ma di accorgersi da dove prende forma una direzione. A volte quel punto è visibile, altre volte si lascia solo intuire — come un magnete interno, o come la traccia che rimane dopo un passaggio. Anche questa volta proveremo ad abitare una parola senza possederla, lasciando che si apra nelle sue pieghe, nelle sue domande, e dentro le voci di chi vorrà condividerla.
Questa foto è stata scattata in un punto che per me ha sempre avuto qualcosa di essenziale. Un tempo qui c’era un gruppo di abeti. E quando soffiava forte il vento — e sulla punta di Chastè accade spesso — mi piaceva mettermi al suo interno e toccarli, uno alla volta. Appoggiavo le mani ai tronchi per sentire il vento, per sentirlo muoversi dentro il legno. Era un movimento che non sapevo spiegare, ma riusciva a parlare al mio centro. Quel dondolio silenzioso mi quietava, mi ricomponeva. Oggi quegli alberi non ci sono più, ma ogni volta che torno lì quella sensazione ritorna. Chiamo questo punto il luogo degli alberi-vento. E sì, appartiene anche lui al mio centro.
Che sia una lettura lieve, come un soffio di quel vento.
Ci vediamo in centro, ti va?
C’è una sensazione che a volte torna, mai su comando (purtroppo), ed è tanto rara quanto inconfondibile e preziosa. Non è pace e non è quiete. È qualcosa che non pulsa ma emana, come un varco silenzioso che non è né vuoto né pieno, né solido né liquido. Più che un battito è più simile a un campo. È una presenza che esiste appena sotto la superficie, in un silenzio estremamente denso.
Ho scoperto questa sensazione durante il primo lockdown del 2020, mentre dipingevo La Forza. Avevo chiesto alle persone di raccontarmi un momento della loro giornata da cui traevano forza, e nell’ascoltare le loro voci ho iniziato a sentire apparire dentro me quella cosa lì. Fuori tutto taceva, ma dentro qualcosa aveva iniziato a vibrare. Era come se quelle voci me ne avessero trasmessa una nuova, di voce. E la sentivo provenire proprio da lì, dal centro. Non era una forma di serenità ma di tensione; una tensione estrema che però era in grado di generare centratura. Mi vengono in mente le immagini dei ponti ad arco, che riescono a diventare solidi proprio grazie alla compressione e allo schiacciamento.
E in effetti quella sensazione appare nei momenti di grande sovraccarico, quando tutto sembra richiamare attenzione e nulla lascia spazio. È come se, per non crollare sotto il peso delle cose, si aprisse dentro me un luogo profondo, interno, che non rimuove la tensione ma la concentra. Un centro orientativo che non è stabile ma generativo. Che non dà pace ma direzione. Che non consola ma chiama, e attorno cui poi tutto riesce a prende senso, a volte nuovo, addirittura impensato.
È una sensazione indefinita quanto netta, da cui attingo ma mai con intenzione, perché per abitare quel centro più che la volontà serve l’abbandono.
Questo mese scriverò la newsletter proprio da lì. Non da un luogo risolto ma da un centro che continua a chiamare e ridefinire, orientandomi. Un centro che non è mai del tutto afferrabile ma che sto imparando a riconoscere quando si manifesta. È una grande fatica starci dentro, ma senza quel centro il tutto mi sembrerebbe ancora più vano. Eccoci quindi qui a provare ad abitarlo assieme. Non mi resta che dirti: allora ci vediamo in centro, ti va?
Perché dopo la soglia, il centro
La prima newsletter l’ho dedicata al tema della soglia (puoi leggerla qui). E se la soglia è il luogo del passaggio, IL CENTRO è quello dell’approdo. In pratica, dopo aver attraversato bisogna arrivare da qualche parte – e quel “dove” non è mai neutro. Nell’antichità lo sapevano bene: ogni città, ogni spazio abitato, nasceva da un centro. Era lì che si piantava il primo palo, si tracciava il solco fondatore, si elevava l’asse tra cielo e terra. Quel gesto – spesso rituale – non era solo simbolico: era un atto che rendeva abitabile il mondo. Il centro era il punto in cui l’universo prendeva forma, e da cui tutto si disponeva con senso. Era sì l’inizio, ma anche l’orientamento futuro.
Oggi, anche se non tracciamo più solchi nel terreno, qualcosa in noi continua a cercare quel punto da cui poter cominciare a costruire. E capita, a volte, che quel punto si riveli quando il mondo smette di essere sfondo muto e comincia a rispondere. Non con parole, ma con risonanze. Un gesto che ci tocca, un luogo che ci chiama, uno sguardo che ci riconosce: sono momenti in cui ci sentiamo, per un attimo, nel centro di una relazione viva. Come se qualcosa – fuori da noi –rispondesse a ciò che, da dentro, stavamo cercando. Allora il centro non è un punto fisso, ma un campo di risposta. Un luogo in cui sentire che siamo al nostro posto, anche solo per un istante.
Non si può restare per sempre sulla soglia. Prima o poi bisogna entrare. E una volta entrati, occorre trovare un punto da cui orientarsi. Nella mia esperienza ogni legame autentico – con un luogo, una persona, un’opera – richiede un centro. Non uno qualunque ma uno vivo, riconosciuto e vissuto. Un punto che regge senza forzare, che orienta senza spingere. Senza centro ogni legame resta superficie: c’è contatto ma non profondità.
Il centro ci invita quindi a fare silenzio per ascoltare da dove può nascere il nostro gesto fondativo. Quello che ci può indicare il luogo da cui poi proviene ciò che sto per dire, creare e donare. E a suggerirmi cosa mi tiene legata a quell’azione, incontro, o parola data.
Solo così, forse, sarà possibile provare ad abitarlo davvero, il centro. Almeno per un po’. Almeno adesso, in questa newsletter, fino al prossimo 13 del mese, quando subentrerà un altro tema con cui stare.
Le cinque dimensioni del legame
Ogni parola è un mondo. Ma ogni mondo, per essere abitato, ha bisogno di un centro. Un punto attorno a cui le cose si dispongono (in un modo qualsiasi, per attrazione), da cui parte un senso, anche provvisorio. Dopo aver attraversato la soglia del primo numero, ora ci fermiamo nel cuore: là dove si struttura l’orientamento e si intesse il legame.
Le cinque dimensioni che guideranno questa esplorazione – spazio, tempo, gesto, corpo e quotidianità – non sono solo ambiti in cui si svolge la vita. Sono risonatori, luoghi in cui il legame può attivarsi se ascoltati con attenzione. Ognuna di queste dimensioni può diventare un modo per riconoscere dove siamo e chi siamo, e per tornare a ciò che conta davvero.
Perché il centro non è un’idea astratta ma una realtà vissuta. È il punto in cui spazio e tempo si incontrano, in cui un gesto minimo può contenere un’origine, in cui il corpo si fa soglia e la quotidianità si riempie di significato. È il centro che rende possibile l’esperienza del legame: non come un’emozione passeggera, ma come qualcosa che si radica e orienta.
In questa newsletter lo esploreremo così: attraversando il centro in queste cinque dimensioni. Non per spiegare ma per ascoltare. Non per possedere ma per sentire dove pulsa – o meglio, dove emana – quel nucleo attorno a cui prende forma ciò che ci può legare al mondo.
1 - IL CENTRO NELLO SPAZIO: Ci sono luoghi che, senza essere i più visibili, riescono a tenere insieme il tutto. A volte è un albero in mezzo a un prato, un tavolo in una cucina, una roccia sul sentiero. Non dominano ma attraggono. Diventano centro perché attorno a loro qualcosa si organizza, si raccoglie e si dispone. Mi accorgo che anche in casa, o nel mio atelier, ci sono centri silenziosi: la lampada verde di mamma, lo scrittoio di zia Venuta, una calamita col sorriso, che è stato l’ultima cosa tolta dalla casa dei miei prima di riconsegnarla al proprietario. Non sono oggetti di decorazione o prettamente funzionali, ma servono a mantenere vivo un fuoco. Servono a mantenere una sorta di coerenza silenziosa. Sono i pesi del mio centro, che permettono alla struttura di poter rimanere sospesa nello spazio. È da lì che ogni giorno, per me, tutto può ricominciare.
2 - IL CENTRO NEL TEMPO: Il tempo del centro non è lineare. Non scorre. Si concentra. È quel momento in cui si smette di rincorrere e si comincia a stare. È il punto attorno a cui ruota tutto il resto, come una domenica silenziosa in mezzo a una settimana affollata. Per me quel centro corrisponde al movimento lentissimo delle cose, soprattutto fili d’erba o rami. Non è quando c’è vento. È più simile a un respiro, a quello della montagna quando sta dormendo. Posso essere in preda a mille pensieri e ansie, ma quando il mio sguardo incontra quella cosa lì il tempo si dilata tanto da farmi entrare, lasciando fuori tutto il resto. Non va considerata come una pausa, ma come un fuoco di senso. Forse anche al tempo serve un centro: un momento che non si misura ma si abita, e che ci permette di ridefinire la rotta dell’andare.
3 - IL CENTRO NEL GESTO: Ci sono gesti che sono come assi. Non fanno rumore, ma riescono a tenere insieme il giorno. Possono essere piccoli rituali o movimenti spontanei: un nodo che si rifà ogni mattina, una mano sul cuore, il modo in cui si sparecchia la tavola o si mettono le posate nella lavastoviglie (questa la dedico a Lisa, mia cognata). Quando inizio una nuova tela, ad esempio, devo disporre tutto in un certo modo. Persino io mi preparo in un certo modo (come mi lavo, come mi vesto, come entro in atelier). Non è una mania ma è un punto di centratura. Sono gesti che mi dicono: da qui posso iniziare. A volte basta davvero un solo gesto per ritrovare la direzione. Deve però essere un gesto che si riconosce, che radica e che attiva. I gesti centrati non urlano: tracciano un asse invisibile, da cui poi può prendere forma tutto il resto.
4 - IL CENTRO NEL CORPO: Il corpo sa esattamente dove sta il centro, anche quando noi non lo sappiamo. Lo segnala con una tensione precisa, con una verticalità sottile, con un respiro che si allinea. Mi capita di sentirlo, questo centro corporeo, durante i momenti di ansia estrema. È una specie di calore dalla forma simile ad una spina dorsale. È un centro che non si vede ma riesce a tenere in equilibrio tutto il resto. A volte si rivela durante la camminata che faccio ogni mattina all’alba. E quando accade lì, nel bosco, il corpo diventa ago di bussola ed inizia ad indicarmi cose, cose attorno cui si costruisce una parte di me che ancora non so definire, ma che so verso cui posso sempre tornare.
5 - IL CENTRO NELLA QUOTIDIANITÀ: Ogni giorno ha un punto da cui prende forma. A volte è un gesto ripetuto come un caffè davanti alla finestra, o un’ora precisa in cui ci si riconnette a qualcosa di profondo. Il mio centro della giornata è variabile, anche se in questo periodo di lavoro intenso sulla nominazione accade spesso sia una parola. Non una parola pensata, ma una parola-immagine che emerge dal giorno, e lo fa quando vuole lei. Mi accorgo che se un giorno non accade, quella cosa poi manca. Credo che il centro nella quotidianità non sia un evento speciale ma una sorta di frequenza. Come quando sento la campana nepalese che ho in terrazza suonare; mi dà il ritmo, anche se la vita attorno sembra non averne più. È necessario però rimanere sufficientemente attenti da saperla riconoscere. Solo così la confusione può iniziare ad avere almeno un dentro e un fuori e, in certi periodi, è già molto.
Quando il centro parla
A volte, più che spiegare una parola, serve ascoltarla. Non dall’esterno, ma da dentro. E così, in questi giorni, non ho tanto riflettuto sul centro quanto ho cercato di starci, come si sta accanto a qualcosa di vivo. Non per dominarlo, ma per lasciarlo emergere. Come si ascolta una brace, un battito, un vento che arriva senza rumore.
Quello che segue è ciò che mi è sembrato di sentire da lui, dal centro stesso, dopo avergli fatto spazio. Come se, stando lì, qualcosa avesse cominciato a dire: sono questo.
La voce del centro
Non cercarmi con gli occhi. Non sono nel mezzo esatto delle cose, né nel punto più alto. Sono nel gesto che combacia con chi sei. Nel momento in cui ciò che fai e ciò che sei non si distinguono più. Quando smetti di forzare, e qualcosa dentro si allinea. Lì, sono io.
Non ho forma visibile, ma mi riconosci da ciò che muovo. Come il vento: non mi vedi, ma vedi l’erba che si piega, il fruscio delle foglie, il respiro che cambia ritmo. Così anche me: mi riconosci dal senso che emerge, all’improvviso, quando smetti di rincorrere o scappare ma resti.
Sono la pausa che regge la frase. Il fuoco che non brucia ma tiene. La sedia vuota che fa centro nella stanza. Il nodo sciolto che non fa rumore ma apre un varco.
Non ti chiedo di capirmi. Non vengo se mi insegui. Accado quando mi lasci spazio. Quando smetti di cercarmi e cominci ad abitarmi.
Sono nella fedeltà ai tuoi ritmi, nella cura che ritorna, nella parola che dici perché non potresti dire altro. Ma anche nel modo in cui la dici. Perché quando mi abiti la verità non taglia ma orienta. Non serve alzare la voce, né difendersi. La parola che nasce da me ha un tono giusto: chiaro ma non duro. Essenziale, ma non freddo. Non ha bisogno di ferire né di zittire. Non chiude una porta: la apre. Non mette fine: crea spazio. È una parola che accade con l’altro, non contro.
Sono in quel luogo che non si vede, ma tiene insieme tutto.
Non sono un premio, non sono una meta. Sono il luogo da cui puoi partire ogni volta. Quando mi riconosci lo sai, perché senti di occupare pienamente il tuo posto nel mondo, anche se dentro sei in frantumi.
Verso un centro condiviso
In un tempo in cui tutto sembra muoversi senza sosta, c’è bisogno di qualcosa che tenga. Di un punto da cui orientarsi, a cui tornare, da cui poter partire senza perdersi. Il centro condiviso non è un’idea fissa, ma una trama viva fatta di risonanze parziali. È l’intuizione che, pur partendo da esperienze diverse, possiamo riconoscere qualcosa che ci accomuna.
In questa newsletter abbiamo provato ad ascoltare quella voce collettiva. Abbiamo raccolto i segni di una centralità diffusa: nei gesti, nei luoghi, nei silenzi, nei ritorni interiori. Ne è nata una definizione che non fissa il senso, ma lo ospita. Una forma aperta di verità plurale, scritta insieme.
La mitopoiesi diffusa è anche questo: lasciare che ogni voce, ogni frammento vissuto, possa diventare parte di un racconto comune. Non per dire cos’è il centro una volta per tutte, ma per sentire come si manifesta quando ci passa accanto — o attraverso. Solo così, forse, potremo riconoscerlo. E riconoscerci.
La seguente definizione è stata possibile grazie ai contributi di Gabriela, Mauro, Cristina, Gabriele, Barbara, Daniele, Irma, Alessandra, Rosa, Anna e Andrea, a cui va il mio più sentito grazie 🙏❤️.
Il centro nel Vocabolario collettivo della realtà
Il centro è un momento in cui tutto sembra tornare al suo posto, anche solo per un attimo — come nel silenzio delle prime luci dell’alba. È l’insieme di piccoli gesti, presenze, abitudini e condivisioni che costruiscono il benessere giorno dopo giorno, anche senza farci caso, ma che non possono mancare. È sentirsi accolti e al proprio posto in un gruppo, partecipi di un cerchio, dove le dissonanze si sciolgono e si può dire: “sono stata bene dall’inizio alla fine”.
A volte è un luogo: una casa nella memoria, un paesino sul mare che tiene ferme le radici. A volte è un’immagine interiore che ci abita: un prato, un salice gigantesco, e gli animali che abbiamo amato e perso, con cui passare il tempo. Il centro può essere “io”, quando quell’io è sentito, vissuto, riconosciuto. Può essere la capacità di contattare la propria essenza e offrirla con naturalezza, attirando legami che fanno “click”, come un’intesa perfetta. Può nascere in un sorriso che si dipinge sul volto, in un respiro spontaneo, in una musica che si espande come cerchi sull’acqua.
Il centro è anche una meta che gioca a nascondino. Un buco nero dove convergono i pensieri — e poi, d’improvviso, un Big Bang. Il centro è la luce che arriva da dentro, quella che si percepisce solo se si è capaci di ascoltare. È il cuore da cui ha origine tutto l’amore che si espande verso l’universo e lo fa pulsare di vita. È il luogo simbolico dove abitano i valori più profondi: onestà, correttezza e altruismo. E il centro, infine, è la soglia tra la mente e il cuore: un ascensore che scende, si apre, e ci conduce in un altro tempo, in un altro spazio, dove tutto respira insieme a noi.
Nel cuore di ciò che resta
Come abbiamo visto fino a qui, ci sono centri che si costruiscono a partire da piccoli gesti quotidiani: si disegnano nello spazio, nel tempo, nel corpo, nel ritmo di ciò che facciamo. E poi ci sono centri che ci chiamano da dentro, come una nota che ritorna, come una verità che non possiamo ignorare. Il primo lo si coltiva con cura. Il secondo si rivela, spesso all’improvviso, e ci rimette in ascolto.
In questa newsletter abbiamo provato ad avvicinarci al centro non come a un luogo da cui prende forma il nostro passo, ma come a un orizzonte interno che quel passo lo guida, fuori. Un centro che non si possiede, ma che ci orienta.
Abbiamo provato a starci un po’ dentro, a lasciarlo parlare, a riconoscerlo anche nei racconti degli altri. Non c’è una sola definizione né una sola forma: ci sono centri diversi per ognuno di noi, eppure a volte sembrano risuonare come se si parlassero, silenziosamente, da molto tempo.
E forse è proprio lì, nell’incontro tra ciò che ci tiene insieme e ciò che ci fa muovere, che può nascere il centro più vero. Un centro che non domina ma si rivela. Che non si possiede ma che ci guida con discrezione.
Grazie per essere stata/o qui con me, in questo 13 del mese che è più di una data è un punto di ritorno, un cuore quieto che pulsa sotto la superficie e ci tiene in connessione.
Ci ritroveremo tra un mese, se vorrai, attorno a una nuova parola. Un’altra possibilità di ascolto. Un’altra forma da abitare.
Lieti momenti
Giada