Sulla giusta distanza

Quando parlo di postura, intendo proprio un modo di stare nel mondo. E quella che sto vivendo adesso, devo dire di non averla cercata. Me ne sono accorta quando era già lì. Non l’ho imparata seguendo una tecnica o un metodo. Anche perché una postura non è qualcosa che si applica. È più una posizione, una misura.

La sento ad esempio quando riesco a stare davanti a ciò che accade senza intervenire subito. Senza dover spiegare o senza dover trattenere. E ogni volta che riesco a farlo, qualcosa cambia. Non fuori, ma nel modo in cui resto. E in quel restare, a volte, qualcosa prende forma.

Non sempre, ovviamente. E mai a comando. Però quando non mi irrigidisco e non mi disperdo, quello che è vivo tende ad emergere. E questo, col tempo, ho iniziato proprio a vederlo.

All’inizio accadeva nei dipinti, quelli nati dall’ascolto delle testimonianze. Non cercavo un’immagine; restavo in ascolto finché qualcosa si chiariva. Poi l’ho visto nelle parole collettive. Quando una definizione non era la somma delle voci, ma qualcosa che si formava tra di loro. E anche negli istanti: frammenti di tempo che non si producono, ma si riconoscono quando si mostrano.

In tutti questi casi, non c’era uno sforzo creativo nel senso abituale. C’era piuttosto una disponibilità. Ed è lì che ho iniziato a capire una cosa semplice: che la vita non chiede di essere guidata o controllata, ma di non essere ostacolata. E quando mi chiudo, la interrompo. Quando mi disperdo, disperdo anche lei.

Quando invece riesco a restare intera e aperta allo stesso tempo, allora qualcosa si muove. La relazione diventa fertile. E lo vedo anche nelle cose più semplici.

Per esempio quando sono davanti a un foglio bianco. Se decido subito cosa deve diventare, lo spazio si chiude. Se invece resto lì qualche minuto, senza riempirlo e senza evitarlo, a un certo punto il primo gesto arriva. Non perché l’ho deciso, ma perché si è formato.

Oppure quando cammino in montagna. Se cammino per arrivare da qualche parte, il paesaggio resta uno sfondo. Se invece rallento appena, senza fare niente di speciale, qualcosa cambia. Una luce, un suono, un dettaglio diventano più chiari. Non li produco io. Diventano visibili perché non sto correndo oltre.

Sono momenti molto semplici. Non sto facendo nulla di straordinario. Sto solo evitando di anticipare o di abbandonare. E in quel piccolo equilibrio, qualcosa prende forma.

Oggi vedo la creatività non come una questione di talento, ma piuttosto come una conseguenza della relazione. Non si tratta di fare grandi cose, ma di permettere a ciò che è vivo di trovare una forma. A volte è un gesto, altre una parola, altre ancora un silenzio. O anche solo un cambiamento impercettibile nel modo di guardare, camminare o ascoltare.

Da un po’ di tempo mi soffermo spesso su questo punto. Quel punto in cui non impongo qualcosa alla vita, ma nemmeno la lascio passare senza presenza. È un punto mobile, capace di tenere insieme centratura ed espansione. Quiete e tensione. E quando riesco a restare lì, in quel punto, mi sento intera. E ciò che accade non è più qualcosa da gestire, ma qualcosa da incontrare.

Forse è questo che oggi chiamo generatività. Non produrre, dimostrare o performare, ma partecipare. Partecipare al fatto che la vita, quando trova un varco, tende ad aprirsi.

Non so se questo valga sempre. Ma so che nel mio lavoro, oggi, accade così. E ogni volta che accade, non sento di aver creato qualcosa, ma di non averlo impedito.

Lieti momenti,
Giada

Questa giusta misura, tra non intervenire e non disperdersi, è parte della pratica che attraverseremo in La postura della soglia.

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