Che cosa significa osservare artisticamente il reale?

Se qualcuno mi chiedesse che cosa osservo quando osservo, probabilmente risponderei: la mia distanza dal reale. Può sembrare quasi un paradosso, eppure è la cosa più vicina a ciò che faccio. Mi vengono in mente gli stereogrammi, quelle immagini apparentemente bidimensionali e molto sfaccettate dentro cui, quando ci si posiziona a una certa distanza, compare improvvisamente una figura tridimensionale. Da bambina passavo ore a cercare di vederla. Poi ho capito che il segreto non stava nello sforzarsi di guardare meglio, ma nel trovare la giusta distanza.

 Con il reale mi accade qualcosa di molto simile. Quando osservo non cerco qualcosa, altrimenti non sarebbe un’indagine ma un trovare ciò che già so. Osservare invece, per come lo intendo io, significa piuttosto restare presenti senza sapere bene né dove né come. È una predisposizione interna, un’attenzione al possibile, che lascia al reale la totale libertà di manifestarsi oppure no.

La differenza tra guardare e osservare

C'è una differenza sottile ma profonda tra il guardare e l'osservare. Guardare è prestare attenzione a ciò che c’è, definendo immediatamente le cose: alberi, persone, laghi, case, luci e ombre. All’inizio ovviamente faccio così anch’io: guardo e vedo. Poi però provo a fare un passo indietro. Non lo faccio per allontanarmi da ciò che ho davanti, ma per il motivo opposto: per avvicinarmici in modo meno previsto, informato o giudicato. Meno preconfezionato, insomma. Ed è esattamente in quel momento che inizia l’osservazione.

 Quando la distanza è quella giusta, non osservo gli oggetti separatamente ma osservo le relazioni che li uniscono; osservo ciò che accade tra le cose. Non mi interessa la semplice rappresentazione di ciò che vedo. Se mi limitassi a replicare la superficie delle cose, quel qualcosa verrebbe consumato, usato, diventando puramente funzionale alla mia creazione. Osservare cosa accade nel reale, invece, mi permette di partecipare, di esserci senza pretendere di essere il centro della relazione. Il reale non accade “per me”, ma con me. Accorgermi di lui senza prevalere è il mio modo per restituirgli la libertà di esserci, e di esserci al di là di funzioni o catalogazioni.

Come è nata questa postura: dall'ascolto del reale

Questo modo di stare al mondo è probabilmente sempre esistito in me, ma mi ci è voluto molto tempo per diventarne consapevole. Per molti anni questa postura si è formata e rafforzata attraverso le più di mille testimonianze che ho raccolto e ascoltato per la realizzazione dei miei dipinti. Ciò che risolvevo su tela non era tanto il fatto narrato, quanto il modo in cui quel racconto restava nel campo insieme a tutto il resto. È stato l’ascolto di quelle storie a insegnarmi “la distanza”. Ora so riconoscere quando sono alla distanza giusta da qualcosa e so come arrivarci. È comunque una distanza che non è mai la stessa e che non può mai essere stabilita in anticipo.

Quando poi ho incarnato questa postura, diventando naturale, è diventata quella della vita di tutti i giorni. Ho cominciato a riconoscere ciò che “restava” non solo nelle parole delle persone, ma anche nei luoghi, nelle strade, nei paesaggi e nelle situazioni quotidiane. Io li chiamo istanti, e per diverso tempo li ho semplicemente colti, collezionandone più di un migliaio, senza l'idea di provare a dipingerli.

Un esempio concreto: il Lej Nair

Poi, una mattina, mi sono svegliata con una frase molto semplice in testa: “Devo tornare alla pittura”. È stato come un richiamo, e sapevo persino esattamente come avrei fatto. Il giorno successivo sono andata al Lej Nair. Mi sono fermata davanti all'acqua e ho registrato un messaggio vocale mentre osservavo, catturando l'istante.

Una volta tornata in atelier, ho riascoltato quella registrazione e ho approfondito le relazioni che tenevano insieme quel preciso momento. Dipingere è stato come essere lì, di nuovo, per immortalare il collante della scena. Ciò che per un attimo ha tenuto insieme il lago, il bosco attorno, il vento, le presenze e la luce. È stata la prima volta in cui non è stata una persona a raccontarmi qualche cosa, ma è stato il reale stesso a farlo.

L'osservazione è il campo

Quando parlo di osservazione artistica, ci tengo a precisare che non mi riferisco alla ricerca di un significato nascosto o di un simbolo da decifrare. Per me il significato e l’osservazione appartengono a due posture radicalmente diverse.

Il significato è più una questione di giudizio: estrapola l'oggetto dal suo contesto per analizzarlo. L’osservazione, invece, è il campo stesso. Significa restare abbastanza vicini (o lontani) da ciò che accade da permettere a qualcosa di emergere spontaneamente dallo sfondo. E quando quel qualcosa emerge, il mio compito è solo uno: cercare una forma capace di restituirlo al mondo, intatto, senza nel frattempo consumarlo.

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Restituzione: quando la relazione diventa gesto