Come faccio a sapere quando un dipinto è finito
A dire la verità, capisco che un dipinto è terminato quando lo so. Nel senso che arriva un momento in cui so che è finito, e basta. E non c’è nessun sta per terminare, nessun avviso, nessun quasi ci siamo. Finisco un gesto e prima di farne un altro arriva la consapevolezza piena: non c’è più bisogno di altro.
Non c’è una regola. I miei dipinti non partono da schizzi preparatori o da un’immagine, e non ho un progetto da eseguire. Facevo così anche con i dipinti nati dalle testimonianze. Adesso, invece, osservo un luogo per coglierne forme, qualità e fenomeni, ma il principio resta uguale: lasciar emergere.
Durante la composizione provo a togliere tutto ciò che appartiene più a me che al momento osservato: giudizi, emozioni, associazioni e informazioni. Cerco una maggiore precisione dello sguardo; il resto appare. Poi però arriva un momento in cui mi fermo, guardo il dipinto e dico “eccola”. Poi sorrido, sempre, come si sorride a una persona amica che è venuta a trovarmi: sorrido perché l’ho riconosciuta.
Ma cosa riconosco esattamente? Credo (forse) di esserci arrivata. Il mio lavoro si basa sull’osservazione fenomenologica, ma sono sicura che non si tratta di riconoscere qualche cosa che ho già colto. È qualche cosa di più sottile. Quando il dipinto arriva, infatti, non penso ecco la vastità, o il ritmo, o la permeabilità. Potrei dire che quello che riconosco è il momento, e lo riconosco perché riesce a riportarmi lì.
È come se il dipinto diventasse improvvisamente una soglia attraverso cui tornare in quel frammento di tempo. Non soltanto in quel luogo, ma in quel preciso accadere. Riconosco il modo in cui le cose per un attimo sono state insieme. Il lago, il vento, la luce, il bosco, i rumori, la distanza: tutto. E insieme a loro riconosco anche me stessa dentro quel momento.
E non si tratta di un ricordo, perché i ricordi funzionano diversamente. Raccontano, spiegano e selezionano, mentre quello che accade davanti al dipinto è più vicino a una coincidenza. Per un attimo il dipinto e il momento sembrano davvero corrispondere.
Ed è lì che mi arriva di dire “eccola!”. Non perché il dipinto assomigli a ciò che avevo davanti (non rappresento il paesaggio), eppure qualcosa coincide perfettamente. È una forma, una tensione, qualcosa che non saprei nominare meglio, ma è capace di restituire quell'accadere.
Ho così provato a guardare in modo diverso anche il resto del mio lavoro. Per anni ho raccolto testimonianze che sono diventate dipinti. Anche allora sapevo esattamente quando un'opera era terminata. Non perché riconoscevo una singola storia o una singola emozione, ma perché riconoscevo il modo in cui tutte quelle voci stavano insieme.
Ora accade qualcosa di molto simile con i luoghi. Le forme, qualità e fenomeni di cui parlo non sono il punto di arrivo, ma sono le tracce che mi permettono di avvicinarmi a qualcosa che non riesco a osservare direttamente.
Le forme mi mostrano come le cose stanno insieme, le qualità il carattere di quel loro stare insieme, e i fenomeni che emergono da quella relazione. Eppure, alla fine, ciò che riconosco non coincide con nessuna di queste cose prese singolarmente.
Coincide con l'accadere che le teneva insieme.
Ripensandoci, credo che questa ricerca sia iniziata molto prima della pittura, degli istanti e persino delle testimonianze. Molti anni fa, quando abitavo in città, passavo lunghi momenti a osservare un'aiuola incolta vicino a casa. Era in mezzo a una zona industriale, tra traffico, rotonde, centri commerciali e capannoni. Non cercavo nulla eppure restavo lì.
Il dipinto dell’aiuola. È del 2015
Anche oggi non saprei dire che cosa osservassi esattamente, so soltanto che mi faceva stare bene. Infatti il mio cammino pittorico è iniziato proprio così, disegnando quei fiori. Oggi mi chiedo se non fossi già attratta dalla stessa cosa che continua ad attirarmi adesso. Non i singoli elementi, ma il modo in cui stanno insieme. Non l'oggetto in sé, ma l'accadere.
Chissà se è qualcosa che percepisco da molto tempo e che il dipinto rende semplicemente visibile. Non lo so. So però che, ogni volta che accade, la riconosco immediatamente.
E ogni volta, senza eccezioni, mi ritrovo a dire la stessa parola: “Eccola”. Poi appoggio lo strumento che tengo in mano: fine.