Entrare in relazione con i luoghi
Una ricerca artistica su ciò che diventa percepibile quando la distanza fra chi osserva e un luogo si attenua.
Quando un luogo smette di rimanere semplicemente davanti a me?
Un luogo può essere davanti ai miei occhi e rimanere distante. Posso contemplarlo a lungo, seguirne la luce, le forme e i mutamenti, e continuare tuttavia a percepirlo come qualcosa che “sta lì”. In alcuni momenti, tuttavia, questa distanza si attenua. Non intendo dire che mi fondo con ciò che osservo o che la distinzione scompare; cambia però la prossimità. Il luogo non è più soltanto davanti a me, ma entro in relazione con il momento.
La mia ricerca comincia in questo passaggio. Attraverso l’osservazione, la registrazione, la fotografia, la scrittura e, quando è necessaria, la pittura, cerco di riconoscere la configurazione assunta da ciò che accade fra me e un luogo.
Perché questa ricerca oggi
Viviamo in un tempo in cui i luoghi ci raggiungono spesso attraverso immagini già predisposte, destinazioni, attrazioni o esperienze organizzate. Il loro valore tende a coincidere con ciò che offrono, con l’intensità di ciò che ci fanno provare o con la possibilità di trasformarli in un racconto condivisibile.
Anche un’esperienza molto forte può però lasciarci nella stessa posizione da cui siamo partiti: emozionati, coinvolti o meravigliati, ma non necessariamente ricollocati nel rapporto con ciò che abbiamo davanti.
Per consumo non intendo soltanto un comportamento economico. Intendo anche il modo in cui ciò che incontriamo viene rapidamente ricondotto a un’immagine, a un significato, a una prestazione o a un effetto su di noi. Un luogo può essere osservato con grande attenzione e continuare, tuttavia, a rimanere soltanto davanti al nostro sguardo.
Questa ricerca prova a distinguere il coinvolgimento dall’incontro. Non oppone l’esperienza all’intrattenimento, l’emozione alla partecipazione o il turismo alla relazione. Si domanda piuttosto quando qualcosa ci colpisca intensamente e quando, invece, modifichi realmente l’organizzazione dello sguardo e il nostro modo di partecipare a ciò che abbiamo davanti.
Il suo valore contemporaneo risiede qui: non nel proporre un’altra interpretazione dei luoghi, ma nel costruire strumenti per riconoscere e descrivere il passaggio in cui cambia il nostro modo di stare con essi.
Un’esperienza può essere intensa senza modificare la relazione. La ricerca comincia nel tentativo di distinguere le due cose.
Dal guardare all’incontro
Durante l’osservazione non cerco ciò che il luogo mi fa provare, ciò che mi ricorda o il significato che potrebbe avere per me. Sono già rivolta al luogo e al momento. La contemplazione, però, conserva ancora una distanza: io osservo e il luogo rimane davanti a me.
Chiamo incontro il passaggio in cui quella distanza percettiva si attenua e il campo comincia a organizzarsi diversamente. Un elemento prima marginale può diventare strutturante; il vicino e il lontano possono cambiare peso; una figura può diventare sfondo; tempi diversi possono essere percepiti insieme. Non è il luogo a inviarmi un messaggio e non sono io a proiettare su di esso un contenuto interiore. La configurazione dipende dalla coincidenza concreta fra quel luogo, la mia presenza e quel momento, ma non appartiene interamente a nessuno dei tre considerato da solo.
Per avvicinarmi a questo passaggio penso talvolta a due diapason accordati sulla stessa nota: quando uno vibra, anche l’altro può cominciare a vibrare. La risonanza, qui, non indica il ritorno di un ricordo o di un’emozione. È soltanto un’immagine provvisoria per ciò che diventa percepibile fra me e il luogo, nella loro specifica prossimità.
Che cosa osservo
La ricerca non ha per oggetto il paesaggio come immagine e non assume il mio stato interiore come contenuto. Osserva la trasformazione dello sguardo e la struttura che l’incontro rende riconoscibile. Per descriverla uso tre strumenti provvisori: forme relazionali, qualità e fenomeni percettivi.
Forme relazionali
Le forme relazionali nominano il modo complessivo in cui il campo si organizza: per esempio una coesistenza, un’assenza che acquista contorno, una vicinanza fra elementi prima separati o una compresenza di durate. Non sono figure già contenute nel luogo e non sono modelli che applico a ciò che vedo. Prendono forma nell’incontro e rimangono legate alla situazione concreta in cui sono diventate percepibili.
Qualità
Le qualità descrivono come una configurazione si presenta: leggera o densa, intermittente o continua, permeabile, sospesa, avvolgente. Non sono necessariamente emozioni. Precisano il modo in cui forme, distanze, luce e movimenti si tengono insieme in quel momento.
Fenomeni percettivi
I fenomeni sono le trasformazioni attraverso cui cambia l’organizzazione dello sguardo: inversioni fra figura e sfondo, variazioni di scala e di prossimità, rallentamenti o compresenze temporali, attraversamenti, apparizioni intermittenti. Sono ciò che permette di riconoscere che non sto più soltanto osservando gli elementi di un luogo, ma la relazione che li lega e che mi ricolloca nel campo.
Questi termini non costituiscono una tassonomia definitiva. Servono a distinguere ciò che accade e restano aperti alla correzione di ogni nuova Osservazione.
Come nasce un’Osservazione
Ogni Osservazione comincia con una presenza diretta in un luogo. Non applico una griglia prestabilita e non posso produrre l’incontro a comando. Rimango in attesa finché, talvolta, un dettaglio, una linea, un bagliore, un movimento o una coincidenza temporale diventano un punto d’accesso. È il primo punto in cui la distanza si attenua e il campo smette di rimanere genericamente davanti a me.
Quando questo avviene, registro a voce ciò che si rende percepibile. La registrazione conserva il farsi dell’osservazione, comprese esitazioni e correzioni; la fotografia mantiene la situazione ottica e materiale; la scrittura torna sui materiali, distingue i passaggi e mette alla prova le parole. Nessun mezzo contiene da solo l’intero incontro.
Un’Osservazione non è definita dal fatto di diventare un dipinto. Può trovare una forma sufficiente nella registrazione, nella fotografia e nella scrittura; può rimanere aperta; oppure può chiedere di essere ulteriormente messa alla prova attraverso la pittura. Separare osservazione, opera e pubblicazione mi permette di non trasformare ogni incontro in qualcosa da utilizzare.
La pittura
Il dipinto non rappresenta il panorama e non illustra le categorie individuate. Non parto da un’immagine già vista che devo ricostruire sulla tela. Torno invece ripetutamente al medesimo momento e cerco una composizione capace di sostenerne, nel contempo, forme relazionali, qualità e fenomeni.
La pittura mette ulteriormente alla prova ciò che è stato colto. Attraverso molti gesti, sovrapposizioni e correzioni, approfondisce la struttura del campo senza aggiungervi un contenuto estraneo. Può far convivere piani prospettici diversi, invertire figura e sfondo, avvicinare o allontanare una forma in base al punto su cui si posa lo sguardo.
La complessità è il principio che tiene insieme questi passaggi. Non coincide con l’accumulo di elementi: nasce quando ogni parte può partecipare a più organizzazioni e nessun punto di vista esaurisce il dipinto. A seconda del colore, della massa o del dettaglio su cui ci si sofferma, diventano visibili ogni volta profondità e disegni diversi. Lo sguardo rimane sulla tela, ma continua a vedere altro.
Riconosco che un dipinto è finito quando le soluzioni non appaiono più separate e la tensione del momento attraversa l’intero campo. In quel momento riconosco la struttura dell’esperienza, non perché l’avessi vista prima come immagine, ma perché il processo pittorico l’ha resa visivamente riconoscibile.
Perché i luoghi.
Perché la montagna
I luoghi sono il campo concreto della ricerca, non un semplice tema. Esistono indipendentemente dalla mia osservazione e contribuiscono all’incontro attraverso condizioni materiali precise: luce, suono, temperatura, distanze, forme, movimenti, durate e organizzazioni dello spazio. Non possiedono per questo una posizione intenzionale e non “parlano”; pongono però vincoli reali a ciò che può accadere.
La montagna è oggi il laboratorio principale perché è il contesto in cui vivo e lavoro e nel quale posso tornare con continuità. Non è considerata più autentica di altri luoghi e non garantisce un incontro. Rende però particolarmente evidente la tensione fra il paesaggio come immagine già riconoscibile e ciò che può diventare percepibile quando la sua organizzazione abituale perde centralità.
La ricerca parte quindi dai luoghi e dalla montagna, ma interroga una possibilità più ampia: come incontrare ciò che è presente senza ridurlo immediatamente a funzione, sfondo, esperienza personale o immagine da consumare.
Da dove arriva questa ricerca
La fase attuale nasce da un percorso più lungo. Per oltre dieci anni ho dipinto a partire dall’ascolto di testimonianze, cercando non di illustrarle ma di far coesistere sulla tela presenze diverse. In seguito, durante tre anni senza pittura, ho raccolto in brevi scritti alcuni momenti della vita quotidiana, chiamandoli Istanti. La pratica del Sogliare ha dato un nome alla disponibilità necessaria per sostare abbastanza vicino da partecipare e abbastanza indietro da non imporre subito una forma.
Queste esperienze appartengono alla genealogia della ricerca. Hanno formato il mio modo di ascoltare, osservare e comporre, ma non descrivono interamente il lavoro di oggi. Con le Osservazioni il rapporto non nasce più da una testimonianza e non si concentra sulla condensazione di un istante: avviene direttamente nei luoghi e interroga il passaggio stesso in cui guardare diventa incontro.
Una ricerca aperta
Non considero forme relazionali, qualità e fenomeni come categorie universali, né le Osservazioni come esperimenti replicabili. Sono strumenti di una pratica artistica situata: permettono di documentare passaggi percettivi, confrontare episodi diversi e correggere progressivamente il linguaggio con cui li descrivo.
Nel loro insieme, le Osservazioni non costituiscono un diario di esperienze eccezionali da raccontare o da replicare. Formano un corpus aperto attraverso cui posso confrontare modi differenti in cui un incontro diventa percepibile, verificare quali trasformazioni dello sguardo ricorrono, correggere il lessico e distinguere ciò che appartiene alla struttura dell’esperienza da ciò che riguarda un solo momento.
Il possibile contributo della ricerca consiste nel rendere progressivamente osservabile e condivisibile un fenomeno per il quale disponiamo ancora di poche parole. Distinguere fra emozione e trasformazione dello sguardo, fra evento e incontro, fra presenza davanti a un luogo e partecipazione a un campo può affinare il modo in cui comprendiamo, raccontiamo e custodiamo i luoghi, senza trasformare questa distinzione in una prescrizione o in un metodo da applicare.
Rimangono aperte molte domande. Perché alcune forme ritornano? Che cosa può essere riconosciuto da altre persone senza pretendere che vivano la stessa esperienza? Quando la pittura approfondisce davvero il momento e quando non è necessaria? In che modo una relazione meno autoreferenziale con i luoghi può modificare il modo in cui li abitiamo, li raccontiamo o li custodiamo?
La ricerca non offre ancora risposte definitive. Costruisce le condizioni per osservare queste domande con maggiore precisione, un luogo e un incontro alla volta.
Non cerco di rendere visibile un luogo come oggetto e nemmeno di trasformare in immagine ciò che provo. Cerco di riconoscere quando la distanza fra me e un luogo si attenua e ciò che accade fra noi acquista la forma di un incontro.