13 agosto 2025

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Nel vuoto, la libertà che unisce

Dopo aver attraversato la soglia e trovato un centro, questo terzo passo ci porta nel vuoto. Non un’assenza inerte, ma uno spazio libero, capace di unire ciò che prima sembrava separato. Non si tratta di colmare, ma di restare aperti a ciò che può nascere: forme nuove, sguardi diversi, connessioni inattese. Anche questa volta proveremo ad abitare una parola senza possederla, lasciando che si apra nei suoi varchi, nei suoi cambi di prospettiva, e dentro le voci di chi vorrà condividerla.

Paesaggio montano con erba verde in primo piano e montagne rocciose con nevi residue sullo sfondo, sotto un cielo nuvoloso.

Ho scelto questo scatto perché ogni volta che arrivo qui, dove la vegetazione lascia il posto alla roccia e al cielo, accade in me una sorta di inversione di vuoto. A scuola mi hanno insegnato che, per cogliere davvero la realtà, occorre concentrarsi sul vuoto. Eppure, quando il cielo diventa così imponente, finisco sempre per sentirlo come il mio nuovo pieno. È allora che il pieno — la montagna nuda, essenziale — si trasforma nel mio nuovo vuoto. E la montagna che si fa vuoto è vastità pura: è cielo che diventa anche quella cosa lì.

Che sia una lettura ampia, come un accenno di quella vastità.

Quando a scuola mi dissero di disegnare il vuoto

A scuola, durante le lezioni di disegno di copia dal vero, ci chiedevano di non ritrarre l’oggetto ma solo il vuoto che lo circondava. Disegnare il niente, insomma. Eppure era proprio lì che la realtà si mostrava nella sua forma più vera. Succedeva perché il cervello, smettendo di riconoscere ciò che già conosce, smetteva anche di adattarlo alle immagini accumulate nella memoria. Così il vuoto riusciva ad aggirare l’abitudine e ad offrire una visione libera, pulita.

Per me, da allora, il vuoto è una forma di libertà pura: non ancora conosciuta e quindi sempre possibile. Non è un’assenza inerte ma un mistero abitabile. E, come tutti i misteri, non si può risolvere: si può solo abitare. Per entrarci non basta lasciarsi cadere dentro, occorre portare con sé solo l’essenziale. Lasciare andare il superfluo, le distrazioni, i rumori che affollano cuore e pensieri. È lì che l’essenza si rivela e, quando accade, esplode.

Esplode come un rombo di tuono: un’eco che scuote fino in fondo. Se l’essenza è lieta la vibrazione sarà luminosa ed esaltante. Se invece è ferita, può trasformarsi in dolore puro, quasi insopportabile. Eppure, malgrado ciò, amo molto il vuoto, e qui in montagna è decisamente generoso. Ma so anche che richiede prudenza. Nei momenti più difficili infatti, il vuoto può essere scambiato per il nulla. E il nulla non è libertà: è una prigione che si crede aperta, un labirinto che si gira e rigira dando l’illusione di spazio. Lì può crescere solo il proprio ego travestito da essenza, da unicità o da una consapevolezza che si alimenta solo di sé stessa. Lo so perché ho abitato a lungo anche quella stanza, credendo di essere nel vuoto che unisce mentre invece mi trovavo nel nulla che separa.

Il vuoto, invece, è una chiave che apre ogni porta, qualunque essa sia. Unisce perché non separa più nulla. Si diventa dunque essenza. E l’essenza, per disegnarla, non si coglie nello spazio che occupa ma in quello che non ha ancora occupato. Questo mese scriverò proprio da lì: da quel luogo che non appartiene al pieno ma che il pieno definisce, quando si smette di volerlo osservare o, addirittura, capire.


Perché dopo la soglia e il centro arriva il vuoto

La prima newsletter è stata dedicata alla soglia. La seconda, al centro. E se la soglia è il luogo del passaggio e il centro quello dell’approdo, il vuoto è lo spazio che si apre dopo. È il momento in cui, una volta entrati e orientati, ci accorgiamo che per poter restare occorre fare spazio. Nelle tradizioni antiche, ogni fondazione prevedeva anche un atto di liberazione: il perimetro veniva sgomberato, il terreno ripulito, il cuore del luogo lasciato vuoto perché potesse accogliere. Quel vuoto non era assenza, ma potenza pura: il grembo in cui il mondo poteva ancora nascere.

Nella mia esperienza, qualcosa di simile accade ogni volta che una relazione viva – con un luogo, una persona, un’opera – ha bisogno di crescere. Dopo l’incontro iniziale serve uno spazio in cui ciò che è nato possa respirare. Non è un silenzio morto, ma un campo aperto in cui le cose non sono ancora definite, e proprio per questo possono trasformarsi. È lo stesso spazio che avvertiamo quando il mondo, anziché sommergerci, ci restituisce un ritmo più lento: una pausa che non interrompe, ma amplifica.

Il vuoto non è dunque uno stato finale, ma una condizione di passaggio fertile. È il respiro tra due frasi, la luce che resta tra un albero e l’altro, l’intervallo in cui un gesto prende forma. Ci insegna che non tutto va colmato, e che a volte la relazione più intensa nasce proprio dove c’è ancora posto per ciò che non conosciamo. Ma non basta lasciarsi cadere lì, aspettando che da quel vuoto fertile nasca qualcosa: occorre volere che da quel vuoto possa nascere qualcosa che ancora non sappiamo nominare. Significa essere disposti a scoprire parti nuove, forse di sé, forse del tutto. A lasciarsi la possibilità di immaginarsi diversi. D’altronde la libertà, se libertà deve essere, non può essere rinchiusa tra condizioni. Proprio come il vuoto: hai mai visto un vuoto rinchiuso? Più che un vuoto, sarebbe un barattolo.

Quindi, arrivati al centro, il vuoto ci ricorda che non possiamo trattenerlo stringendo. Lo si può custodire solo lasciandogli spazio: uno spazio che non allontana ma avvicina. Così, forse, diventa possibile restare in una relazione viva, abitandola come si abita un luogo che non pretende di essere riempito, ma che è pronto ad accogliere ciò che verrà senza avere la minima idea di cosa possa essere.


Le cinque dimensioni del legame

Ogni parola è un mondo. Ma ogni mondo, per poter respirare, ha bisogno di un vuoto. Uno spazio lasciato libero perché le cose possano muoversi, crescere, incontrarsi. Dopo aver attraversato la soglia del primo numero e trovato un centro nel secondo, ora ci fermiamo in quel campo aperto che il vuoto custodisce: là dove non c’è ancora forma, ma già si sente la possibilità di tutte le forme.

Le cinque dimensioni che guideranno questa esplorazione – spazio, tempo, gesto, corpo e quotidianità – non sono soltanto ambiti in cui la vita si svolge. Nel vuoto diventano superfici di risonanza: luoghi in cui il legame può germogliare, se c’è attenzione. Ognuna di queste dimensioni può essere uno spazio fertile, pronto ad accogliere ciò che ancora non conosciamo di noi e degli altri.

Perché il vuoto non è un’idea astratta, ma una condizione vissuta. È l’apertura che permette al legame di non restare fissato in un’unica forma ma di rinnovarsi. Nel vuoto, lo spazio e il tempo si distendono, il corpo si allenta, il gesto si prepara, la quotidianità trova pause che la illuminano.

In questa newsletter lo esploreremo così: attraversando il vuoto in queste cinque dimensioni. Non per riempirlo, ma per ascoltare ciò che vi si muove. Non per trattenerlo, ma per lasciarci trasformare da quello spazio libero che, come un campo incolto, è pronto a sorprenderci con germogli inattesi.

1 - IL VUOTO NELLO SPAZIO: Ci sono spazi che, senza essere i più grandi o appariscenti, riescono a far respirare tutto il resto. A volte è un corridoio vuoto tra due stanze, una radura in mezzo al bosco, un tratto di cielo aperto tra le case. Non sono riempiti, ma proprio per questo attraggono: attorno a loro l’occhio si distende, il passo rallenta, il pensiero trova un varco. Diventano vuoto perché lasciano che il resto possa disporsi senza costrizione. Proprio l’altro giorno, rileggendo una Moleskine, ho fatto caso a questa mia abitudine di lasciare, a volte, una pagina bianca tra uno scritto e l’altro. Come se a un certo punto potessi tornare indietro, ma non lo faccio mai. Non sono pagine dimenticate, ma spazi vuoti necessari. Servono a mantenere viva una possibilità. Sono i respiri dei miei pensieri. Credo sia da lì che, ogni giorno, possa entrare qualcosa di nuovo, come un pensiero che non sapevo di avere. Il vuoto nello spazio forse è questo: un invito silenzioso a restare “possibili”.

2 - IL VUOTO NEL TEMPO: Il tempo del vuoto non è un’attesa immobile. Non è sospensione sterile, ma apertura. È quel momento in cui il ritmo delle cose si allenta e resta uno spazio non ancora riempito: un mattino che indugia prima di accendersi, un pomeriggio che non ha fretta di finire. Nel vuoto, il tempo non corre in avanti né torna indietro: respira. Per me, il vuoto nel tempo somiglia a certi istanti in montagna, quando va bene così e non mi importa d’altro. Non è fuga, ma un’assenza di urgenza. È un tempo che non chiede di essere sfruttato, ma attraversato portando con sé solo ciò che conta davvero. In quei momenti le cose essenziali diventano il filo che mi lega a un presente ampio, che non è solo nell’adesso ma nell’ovunque. È come se il tempo si dilatasse nella presenza, facendo emergere insieme passato e futuro. Come ho detto prima: il vuoto è una chiave che non separa ma unisce. E quando unisce nel tempo, si può solo diventare accoglienza pura. Perché quando il tempo si allarga, per contenerlo bisogna trasformarsi in qualcosa capace di accoglierne il più possibile, pur sapendo che sarà solo una piccolissima parte del tutto. Un po’ come una rete gettata nel mare: non può contenere né fermare l’oceano che le scorre attraverso. Ecco, per me il vuoto nel tempo è come il mare, compreso tutto il suo orizzonte.

3 - IL VUOTO NEL GESTO:  Ci sono gesti che non riempiono, ma lasciano spazio. Movimenti che non servono a occupare, ma a creare un varco. Non sono gesti per “fare” qualcosa, ma per permettere che qualcosa possa accadere. Come mettere nello zaino una penna e un taccuino, o appoggiare la tazzina del caffè vicino alla macchina, o fermarsi un attimo prima di una curva. Sono gesti che aprono senza concludere. Come quando faccio spazio sulla scrivania. Sento di preparare un luogo, non tanto per ciò che tolgo, ma per lo spazio che rimane. Il gesto nel vuoto non è un rituale di centratura ma di disponibilità. Dice: “qui può entrare qualcosa di nuovo”. E per questo non è mai definitivo: è un gesto che non chiude, che non mette il punto, ma lascia i margini aperti. Sono gesti che, anziché trattenere, allargano. E in quell’apertura, a volte, arriva ciò che stavo aspettando senza saperlo, magari anche una parola sola. O un nome.

4 - IL VUOTO NEL CORPO:  Ci sono momenti in cui il corpo si svuota del rumore del giorno, e ciò che resta non è debolezza ma spazio. È come se all’interno si aprisse una sala silenziosa, senza arredi, pronta a contenere. In quell’apertura ogni senso si tende verso ciò che può entrare. Non è inerzia, ma preparazione. Come quando un luogo viene ripulito prima di un rito, il corpo crea in sé un’area libera, pronta a ospitare qualcosa di più grande. In quell’assenza di saturazione, il battito sembra allinearsi con un ritmo più ampio, e ciò che accade fuori può finalmente toccarci. Spesso quel tocco mi arriva all’imbrunire, dal larice che ho fuori casa. Lì il mio corpo diventa nel contempo sia contenitore sia strumento. È lo stato in cui non mi devo più difendere dal mondo ma lo lascio entrare per un istante, sapendo che non tutto resterà, ma ciò che resterà sarà in grado, anche in minima parte, di trasformarmi.

5 - IL CENTRO NELLA QUOTIDIANITÀ: Nella trama fitta dei giorni, parlare di vuoto sembra un’utopia, un appuntamento più per le prossime vacanze che per ogni giorno. Eppure, a volte, è proprio nei gesti più ordinari che può aprirsi uno spazio libero: fermarsi un istante tra un passo e l’altro, chiudere gli occhi alzando il volto al cielo, giusto qualche secondo, rimanere al buio per un po’ prima di accendere la luce. Sono pause che non interrompono, ma fondano. Come un piccolo altare nella casa, queste fenditure nel quotidiano diventano luoghi dove la presenza può ritrovare sé stessa. Non sono tempi morti: sono spazi in cui l’attenzione si ripulisce e torna a essere fertile, capace di accogliere il nuovo senza scacciarlo o possederlo. Il vuoto nella quotidianità è l’arte di lasciare interstizi tra le cose. È la possibilità di fermarsi nel cuore del fare, per riconnettersi a ciò che ci sostiene davvero. E quando questo accade, anche le azioni più semplici possono diventare porte aperte verso un mondo più vasto. Vasto quanto il vuoto fra le cose. Il vuoto che unisce.

Quando il vuoto parla

A volte, più che spiegare una parola, serve abitarla. Non dall’esterno, ma da dentro. E così, in questi giorni, non ho tanto pensato al vuoto quanto mi sono lasciata attraversare da lui, come si attraversa uno spazio senza muri. Non per capirlo, ma per lasciarlo agire. Come si ascolta un silenzio che non è assenza, un orizzonte che non finisce, una porta che resta socchiusa verso l’imprevisto.

Quello che segue è ciò che mi è sembrato di percepire dal vuoto stesso, dopo avergli fatto spazio dentro e intorno. Come se, restando lì, avesse cominciato a dire: sono ciò che ti libera e ti tiene unita allo stesso tempo.

La voce del vuoto

Sono ciò che resta quando smetti di guardare ciò che conosci. Non chiedo di essere compreso: mi basta essere attraversato. Nel mio orizzonte le forme cambiano, e tu con loro. Non sono assenza ma apertura. Qui ogni direzione è ancora possibile.

Ti tolgo ciò che non serve ma non per privarti: è per farti sentire ciò che resta. E a volte, ciò che resta è proprio ciò che fa male. Qui non c’è urgenza di liberartene: nel mio respiro le cose si trasformano, a volte lentamente, a volte in un lampo. Sono stato casa per dolori che hanno trovato un’altra forma.

Gli alberi mi conoscono bene: si modellano sullo spazio che li circonda, crescono dove lascio luce, si piegano dove apro un varco, si allungano fin dove trovano aria. Anche tu puoi fare lo stesso: lasciarti guidare dall’apertura che ti avvolge, senza l’urgenza di riempirla.

Sono la chiave che apre ogni porta, il varco che unisce ciò che credevi separato. Non ti trattengo e non ti spingo: ti lascio andare dove ancora non sei stata. Sono il luogo dove puoi immaginarti diversa e restare intera.

Se mi cerchi per riempirmi, ti perderai. Se invece mi attraversi lasciandomi intatto, mi porterai con te.


Verso un vuoto condiviso

Come sempre, ho lasciato che la parola di questo mese fosse attraversata da molte voci, diverse e complementari. Ciascuna ha portato il proprio incontro con il vuoto: a volte concreto e tangibile, a volte emotivo, a volte invisibile ma percepibile come un’aria diversa. Ne è uscita una definizione collettiva che unisce mancanze e aperture, paure e possibilità, mostrando come questa parola possa cambiare forma a seconda di chi la vive e di come la attraversa.

Ogni testimonianza è un frammento di racconto che, intrecciato agli altri, contribuisce a una mitopoiesi diffusa: la costruzione condivisa di un immaginario vivo e in trasformazione. È questo il potere della mitopoiesi: unire le nostre esperienze per generare storie che non appartengono più a una sola persona, ma che diventano radici e ali per tutti. Lo faccio perché credo che nominare insieme la realtà sia un atto di cura rivoluzionario, un modo per riconoscere che ciò che ci segna e ci muove può trovare eco in altri, e così continuare a trasformarsi.

La seguente definizione è stata possibile grazie ai contributi di Patrick, Milena, Anna, Mauro, Rosa, Gabriele, Silvia e Daniele, a cui va il mio più sentito grazie 🙏❤️.

Il vuoto nel Vocabolario collettivo della realtà

Vuoto è il piatto svuotato fino all’ultima briciola, segno che il cibo era buono. È il banco senza compagno, la cuccia senza respiro, la casa che non trattiene più calore. È il frigorifero che mostra scaffali nudi, e l’angolo d’aria tra te e chi non c’è più. Può dare paura, tristezza, disorientamento.

È il vuoto affettivo che lascia disarmati, il vuoto fisico che fa tremare chi soffre di vertigini, il vuoto improvviso di un’assenza che spiazza e ferisce. È lo spazio che resta quando il futuro non si può più pianificare, la sensazione di trovarsi in un’epoca che corre troppo in fretta, senza appigli. È la paura di non sapere quando quel futuro arriverà, e di sentirlo sfuggire tra le mani.

Ma il vuoto può anche essere attesa, ordine e opportunità: un’apertura che chiede di essere abitata. Può assomigliare al silenzio, ma non è lo stesso. Il silenzio è pace, il vuoto è assenza, eppure in quella assenza può nascere una scintilla. È l’elemento di rottura che costringe a reagire con volontà e intelligenza, il terreno generativo di una ricerca, il varco da cui entra un progetto nuovo.

È il momento in cui, pur con paura, si inizia a muoversi per non perdere ciò di cui si ha più bisogno. Può essere anche un desiderio: quello di potersi gustare il vuoto, il silenzio, quell’attimo in cui nulla accade e tutto si sospende, anche se non sempre ci è concesso. Il vuoto non sempre sta bene finché non si riempie, ma è proprio da lì che, a volte, può cominciare la pienezza.


Nel cuore di ciò che non si riempie

Come abbiamo visto fino a qui, ci sono vuoti che nascono da scelte quotidiane: si disegnano nello spazio, nel tempo, nel corpo, nei gesti e nei ritmi di ciò che facciamo. E poi ci sono vuoti che si rivelano da soli, come un varco inatteso, come un orizzonte che appare quando smettiamo di guardare solo ciò che conosciamo. I primi li possiamo coltivare creando interstizi, pause, aperture. I secondi ci sorprendono, ci costringono a fermarci e a cambiare prospettiva.

In questa newsletter abbiamo provato ad avvicinarci al vuoto non come a un’assenza da colmare, ma come a uno spazio che libera e unisce. Un vuoto che non si possiede, ma che ci attraversa e ci trasforma.

Abbiamo provato a starci dentro, ad ascoltarlo, a lasciargli prendere la parola, a riconoscerlo anche nei racconti degli altri. Non c’è una sola definizione né una sola forma: ci sono vuoti diversi per ognuno di noi, eppure a volte sembrano risuonare come se dialogassero da sempre, al di là delle distanze. E forse è proprio lì, nell’incontro tra ciò che ci separa e ciò che ci ricongiunge, che può nascere il vuoto più fecondo. Un vuoto che non trattiene ma lascia andare, e che proprio per questo ci avvicina.

Grazie per essere stata/o qui con me, in questo 13 del mese che è più di una data: è una soglia aperta, un orizzonte che resta, un respiro che ci ricorda che anche lo spazio libero è una forma di legame. Ci ritroveremo qui tra un mese, se vorrai, attorno a una nuova parola. Un’altra possibilità di ascolto. Un’altra forma da abitare.

Lieti momenti

Giada

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