Cosa significa, per me, incontrare un luogo
Possiamo trascorrere molto tempo in un luogo senza necessariamente incontrarlo. Possiamo guardarlo con attenzione, conoscerne i nomi, riconoscere le montagne, fotografarlo. Possiamo perfino esserne profondamente colpiti e impressionati. Eppure, tutto questo non significa che sia necessariamente accaduto ciò che, nella mia ricerca, sto provando a chiamare incontro.
Da alcuni mesi sto continuando a pormi la stessa domanda, che da una parte è molto semplice ma dall’altra difficile da verificare: come faccio a sapere quando un incontro con un luogo è davvero accaduto?
Le Osservazioni che sto raccogliendo in Engadina stanno iniziando a suggerirmi una possibile risposta. Diciamo che non credo dipenda da quanto intensamente guardiamo un luogo, ma credo sia qualche cosa che ha a che fare con ciò che accade al nostro modo di guardarlo.
Quando un luogo rimane davanti a noi
Questa differenza è stata particolarmente evidente il 9 agosto, dalla Cima l'Äla, sopra Maloja. Davanti a me avevo il ghiacciaio e la Val Forno, il Lej Cavloc, le pinete e il fianco del Margna con grandi ombre scenografiche. Era una veduta ampia, complessa e devo dire molto bella. Eppure, negli appunti presi sul posto, ho scritto: “Ero concentrata a guardare il panorama, ma il tutto rimaneva lì: non si apriva, non riuscivo a partecipare”.
Questa frase mi sembra importante proprio perché mostra che guardare attentamente non basta. Il luogo era completamente visibile, io mi sentivo bene, ero presente e attenta, ma il paesaggio rimaneva separato da me, come una cartolina bella da osservare ma che non riuscivo ad incontrare.
La distanza fisica non è il problema, altrimenti non potrei mai incontrare ciò che sta lontano come una montagna o un fondovalle. Ciò che invece mi sembra cambiare durante un incontro, è una specie di distanza percettiva. Il luogo smette di essere solo qualcosa che sto osservando, e comincia ad organizzarsi in un modo in cui anche il punto da cui osservo entra nella configurazione.
Sulla Cima l'Äla, ad esempio, il cambiamento è avvenuto quando ho incluso nello sguardo alcune spighe mosse dal vento proprio ai miei piedi. Fino a quel momento il ghiacciaio portava con sé la percezione di un tempo duraturo e remoto, mentre le spighe appartenevano alla scala dell'effimero e dell’adesso. Ed è stato solo quando anche loro sono entrate nello stesso sguardo, che qualcosa è cambiato: “Solo quando quella linea temporale l'ho fatta arrivare fino a me, fino alle spighe ai miei piedi, il campo si è finalmente aperto”.
Questo non significa che il ghiacciaio si sia avvicinato, né che le spighe siano diventate più importanti della montagna. A cambiare è stato il rapporto fra le cose.
Antico e attuale, durevole ed effimero, vicino e lontano hanno iniziato improvvisamente ad essere presenti insieme. Il tempo stesso mi è apparso diverso: “Non era un tempo sospeso, ma un tempo dilatato. È diventato un tempo molto ampio, abitabile non nell'attimo ma nei secoli”.
Forse il primo indizio di un incontro si trova proprio qui: non compare necessariamente qualcosa che prima non vedevamo, ma cambia l'organizzazione di ciò che era già presente.
Non vediamo necessariamente di più: vediamo diversamente
Questo cambiamento ritorna, in modi molto diversi, nelle altre Osservazioni. Come ad esempio il 25 maggio, all’Alp Ota Suot, mentre ero seduta vicino a un pino cembro, con davanti la Val Roseg e il suo imponente ghiacciaio, che occupava naturalmente gran parte della scena. Eppure, il mio sguardo è stato trattenuto da qualcosa di quasi invisibile. C’erano alcuni lunghissimi fili di ragnatela che diventavano visibili soltanto quando il sole e l'aria riuscivano per un momento a separarli dall'ombra del bosco sullo sfondo.
Durante la registrazione dissi: “Che sta iniziando a tenere assieme il campo sono dei lievi fili di ragnatela”. Poco dopo, la leggerezza che avevo riconosciuto in quei fili cominciò a rendere visibili altre presenze: insetti, moscerini, una farfalla bianca, un rigagnolo, il movimento minimo dei rami.
Non avevo deciso di cercare le cose piccole, e non avevo semplicemente spostato l'attenzione dal ghiacciaio alla ragnatela. A cambiare era stato il criterio attraverso il quale il luogo si è reso leggibile: “Questa leggerezza e questi bagliori lievi stanno facendo emergere tutto quello che si muove a quel ritmo e a quella leggerezza”.
Il ghiacciaio, il bosco e il fiume continuavano a essere presenti, ma si erano spostati sullo sfondo. Ciò che invece era stato fino a poco prima fisicamente marginale, era diventato percettivamente strutturante, reggendo e organizzando il resto.
Questo è un secondo indizio che considero importante: durante un incontro le gerarchie dello sguardo possono cambiare senza che siamo noi a stabilire in anticipo come dovrebbero essere.
Grande e piccolo, vicino e lontano, pieno e vuoto, figura e sfondo possono smettere di avere il peso che attribuiamo loro abitualmente.
A volte diventa visibile persino ciò che non guardavamo
Il 31 maggio, sopra il Leg Grevasalvas, è accaduto qualcosa di ancora diverso. Stava arrivando un fronte di nuvole, con un margine inferiore orizzontale molto netto, quasi geometrico. Osservare questo effetto sarebbe stato naturale, eppure nella registrazione fatta sul posto ho detto: “C'è una separazione netta fra quello che c'è al suolo e quello che c'è in cielo, che rende evidente quello che c'è in mezzo”.
E quello che c'era in mezzo era, apparentemente, niente: solo spazio fra montagne e nuvole. Eppure, è stato proprio quel vuoto ad acquistare contorno, profondità e densità. Le montagne e le nuvole sono rimaste presenti, ma sono diventate i margini di qualcosa che prima non avevo considerato come presenza: “Non sono le nuvole, ma le nuvole l'hanno resa visibile”.
Lo spazio fisico non era cambiato, ma erano cambiate le relazioni attraverso cui riuscivo a vederlo. Il vuoto era diventato centrale, vicino e lontano avevano perso parte della loro gerarchia, e ciò che normalmente funzionava come intervallo fra le cose aveva acquisito la stessa consistenza percettiva delle cose. In pratica vuoto, montagna e cielo agivano sullo stesso piano.
Anche questo mi sembra importante per la domanda di questo articolo, e cioè che un incontro non coincide necessariamente con l'apparizione di qualcosa di straordinario. Può, invece, accadere esattamente il contrario: qualcosa che era già lì ma non aveva ancora peso nel nostro sguardo, ha cominciato ad organizzare tutto il resto.
Il punto d'accesso non è necessariamente ciò che stavamo cercando
L'ultima Osservazione che ho fatto fino ad ora, colta il 20 agosto lungo l'Ova da Bernina, ha reso evidenti un paio di questioni. Pioveva da molte ore e il fiume si era ingrossato. L'acqua era torbida e marrone, molto lontana da quella con cui sono solita vederla: trasparente e color smeraldo. La prima cosa che ho dovuto fare è stata accorgermi che proprio quel confronto mi stava impedendo di osservare ciò che avevo davanti.
L'acqua era “diversa” soltanto perché ricordavo com'era altre volte. Ho quindi provato a lasciare da parte il confronto, e così il colore dell’acqua ha perso la sua centralità.
Mi sono poi accorta, però, che c'era anche un'altra cosa che continuavo quasi a respingere. In mezzo al fiume, sopra un masso, qualcuno aveva costruito un piccolo ometto di pietre. Il mio sguardo continuava a tornarci ma non mi permettevo di lasciarlo lì: era un oggetto scultoreo “artificiale”, in quanto era l'unica presenza chiaramente costruita dall'uomo.
In altre parole avevo già deciso, senza rendermene conto, che quella cosa non potesse appartenere a ciò che stavo cercando. Eppure lo sguardo tornava sempre lì. Ed è stato quando ho smesso di escluderlo, che qualcosa si è aperto: “Il campo sta cominciando a organizzarsi attorno a quel gioco di equilibrio”.
Non era l'ometto di pietre in sé a essere importante, ma ciò che rendeva visibile: un equilibrio temporaneo, qualcosa che non era definitivamente fermo ma nemmeno sul punto di cadere.
A quel punto ho cominciato a vedere la stessa configurazione ovunque. Sui pini, sulle foglie, sui fili d'erba c'erano innumerevoli gocce trattenute per qualche istante. Alcune rimanevano ferme mentre altre cadevano; altre ancora facevano tremare una foglia prima di riprendere il proprio percorso verso il suolo. Nel frattempo, il fiume continuava a scorrere con forza, ed è stata proprio la sua continuità a rendere ancora più leggibili quelle piccolissime soste.
In pratica la configurazione che avevo riconosciuto in poche pietre aveva modificato il modo in cui vedevo tutto il luogo. E, terminata l'Osservazione, ho continuato a riconoscere quelle sospensioni durante il resto della passeggiata.
Questa volta l'incontro sembra essersi aperto non perché abbia cercato meglio, ma perché ho smesso di scegliere in anticipo ciò che meritava di essere guardato.
Allora, come possiamo accorgerci che qualcosa è accaduto?
Dopo le prime sei Osservazioni, non credo di poter ancora dare una risposta definitiva su cosa sia un incontro. Posso però iniziare a distinguere alcuni punti importanti. Non partirei allora chiedendomi quanto sia bello questo luogo o che cosa mi faccia provare. Proverei invece a chiedermi:
Il luogo è ancora soltanto davanti a me oppure qualcosa nella distanza è cambiato?
Il mio sguardo continua a organizzarsi secondo le gerarchie iniziali oppure qualcosa le ha modificate?
C'è un elemento sul quale l'occhio continua a tornare, anche se sembra insignificante o fuori posto?
Quell'elemento mi trattiene su di sé oppure comincia a rendere leggibili altre presenze e altre relazioni?
Vicino e lontano, grande e piccolo, figura e sfondo, movimento e immobilità continuano a funzionare come prima?
Sto riconoscendo ciò che effettivamente è presente oppure continuo a confrontarlo con ciò che so, ricordo, provo o mi aspettavo di trovare?
Dopo quel cambiamento, il luogo mi appare organizzato secondo una configurazione che non avevo deciso in anticipo?
Non è necessario che tutte queste cose accadano assieme. Ad esempio a cambiare in Val Roseg è stata la gerarchia fra grande e piccolo. Sopra il Leg Grevasalvas un’assenza ha acquisito presenza. Sulla Cima l'Äla è cambiato il rapporto fra distanze e durate. All'Ova da Bernina una piccola sospensione è diventata il criterio attraverso cui innumerevoli altre sospensioni sono diventate visibili.
C’è però qualcosa che sembra esserci in tutte le Osservazioni. È chea un certo punto non sono più io a tenere il luogo come oggetto della mia attenzione, ma è il mio stesso modo di vedere quel luogo che viene riorganizzato.
Un incontro non si può produrre
C’è una cosa però a cui dobbiamo prestare attenzione, ed è la tentazione di trasformare questi indizi in una tecnica. Perché se lo facessimo avremmo probabilmente distrutto proprio ciò che stiamo cercando.
Se ci dicessimo “cerca qualcosa di piccolo, osserva il vuoto, prova a invertire figura e sfondo eccetera” avremmo già deciso cosa far apparire. Le Osservazioni invece, suggeriscono una postura più semplice: sostare abbastanza a lungo, osservare ciò che effettivamente c'è, accorgersi di dove lo sguardo torna, sospendere per quanto possibile il bisogno di classificare immediatamente ciò che vediamo e accettare anche l’idea che possa non succedere nulla. Vero è che la disponibilità può essere preparata; un incontro, invece, non può essere comandato.
L'Osservazione 006 lo ha dimostrato molto bene. Se avessi continuato a pensare all'ometto di pietra come un elemento estraneo, avrei probabilmente continuato a cercare altrove qualcosa di più adatto alla mia idea di osservazione della natura. E forse non avrei visto le gocce.
Forse incontrare significa accorgersi che il nostro sguardo non è più lo stesso
Sto quindi iniziando a considerare l'incontro non come uno stato particolare da raggiungere, ma come un cambiamento riconoscibile nell'organizzazione dello sguardo.
Prima c'è un luogo: lo vediamo, anche molto bene. Ne distinguiamo le parti, possiamo trovarlo bello, interessante, impressionante e mille altre cose, ma rimane sempre lì, solamente davanti a noi.
Poi, qualche volta, qualcosa riesce ad offrire un punto d'accesso. Può essere un filo di ragnatela, una linea fra nuvole e montagne, alcune spighe ai nostri piedi, il bagliore di uno stelo, perfino un piccolo mucchio di pietre che stavamo quasi per escludere.
Quel punto non è necessariamente il protagonista dell'incontro, ma è ciò attraverso cui il campo comincia a organizzarsi diversamente. E forse adesso possiamo dire che un incontro è accaduto quando, tornando a guardare ciò che avevamo davanti fin dall'inizio, non riusciamo più a vederlo esattamente nello stesso modo.
Non perché abbiamo imparato qualcosa sul luogo o gli abbiamo attribuito un significato, ma perché abbiamo iniziato a vedere diversamente ciò che era già lì: le cose, il modo in cui stanno insieme e anche la nostra presenza fra loro.
Beninteso: il luogo è ancora quello e noi siamo ancora distinti da esso. Eppure non è più soltanto lì davanti: in qualche modo, anche noi siamo entrati nel campo che stiamo osservando.
Un paragone possibile
Forse tutto questo diventa più semplice provando a fare un paragone con l’incontro fra due persone. Non perché pensi che un luogo possieda una volontà, una coscienza o un’identità psicologica. Il paragone riguarda soltanto il modo in cui può cambiare la nostra posizione percettiva.
Immaginiamo di osservare la gente che passa in una piazza. Vediamo volti, corpi, movimenti. Possiamo notare una persona più delle altre, trovarla interessante ed osservarla a lungo, eppure rimane una persona che stiamo guardando fra molte.
Poi, a un certo punto, quella persona si ferma, si gira e incrocia il nostro sguardo. La distanza fisica non è necessariamente cambiata e nemmeno la persona è diventata improvvisamente diversa, ma la situazione sì.
Quegli occhi diventano un punto d’accesso: da lì in poi non stiamo più semplicemente osservando qualcuno. Siamo entrati in una configurazione nella quale anche la nostra presenza conta. Il volto, la distanza, il modo in cui quella persona sta ferma e ciò che accade attorno, possono assumere improvvisamente un peso diverso proprio perché ora fanno parte dello stesso incontro.
E, dopo che quello sguardo è avvenuto, non riusciamo più a vedere quella persona esattamente come una delle tante figure che attraversano la piazza. Non perché ne sappiamo di più o le abbiamo attribuito un significato particolare, ma perché è cambiato il modo in cui siamo presenti l’uno rispetto all’altra.
Ecco, il paragone con i luoghi si ferma qui. Un luogo non si volta verso di noi e non decide di guardarci, ma durante un’Osservazione può accadere qualcosa di analogo sul piano percettivo: un dettaglio, una luce, una distanza, un vuoto o un movimento diventano il punto attraverso cui il luogo smette di rimanere soltanto davanti a noi e il campo comincia a organizzarsi diversamente.
Forse è proprio questo che sto cercando di riconoscere quando parlo di incontro: non il momento in cui un luogo “ci parla”, ma quello in cui smettiamo di esserne soltanto spettatori.
Ed è proprio questo modo diverso di vedere un luogo che cerco di portare nei miei dipinti.
Questo approfondimento nasce dalle Osservazioni condotte nei luoghi.