Quando una parola descrive un luogo e quando lo interpreta?
Quando raccontiamo un luogo, di solito lo facciamo in uno di questi due modi. Lo descriviamo per ciò che è: un lago, un bosco, una parete rocciosa o una valle. Oppure lo raccontiamo tramite ciò che suscita in noi: quanto mi emoziona, ciò che mi trasmette o come mi fa sentire.
Entrambi questi modi di parlare sono legittimi, sia chiaro. Eppure, nel corso degli anni, mi sono accorta di quanto nessuno dei due riesca davvero a descrivere ciò che più mi interessa. La domanda da cui nasce la mia ricerca, infatti, è un’altra:
come è possibile incontrare un luogo, eche cosa accade quando quel luogo viene realmente incontrato?
Mi interessa soprattutto la relazione che, a volte, prende forma fra noi e il luogo, e che è in grado di modificare il modo stesso di guardare. È stato proprio tentando di descrivere quell'incontro che il linguaggio è diventato una parte essenziale della ricerca.
Mi sono accorta che se voglio comprendere che cosa accade in quel momento, non basta sostare e osservare. Devo anche chiedermi se le parole che utilizzo restano fedeli a ciò che è avvenuto oppure se iniziano, senza accorgermene, a trasformarlo.
È da questa esigenza che sono nate espressioni come ritmo, sospensione, permeabilità o assenza definita. Ogni volta che introduco una parola, la domanda che mi pongo è sempre la stessa: sto descrivendo ciò che ho osservato oppure lo sto già interpretando?
Può sembrare una distinzione sottile, ma riguarda il metodo stesso della ricerca. Infatti, se il linguaggio introduce significati che nell'esperienza non erano presenti, il rischio è che smetta di accompagnare il fenomeno e inizi invece a sostituirlo. Le parole diventano allora spiegazioni, immagini o suggestioni, invece di restare strumenti di osservazione.
Un esempio può chiarire meglio questa differenza. Immaginiamo di descrivere un luogo dicendo che è il respiro del paesaggio. È un'espressione efficace, riesce a evocare qualcosa dell'esperienza e probabilmente molti ne comprenderebbero il senso. Ma è una metafora: la parola respiro appartiene al corpo umano e viene trasferita al paesaggio per suggerire una particolare qualità percettiva.
Sia chiaro: la metafora è una risorsa preziosa del linguaggio. La utilizzo anch'io e credo possa aprire intuizioni profonde. Nel contesto di questa ricerca, però, sto cercando qualcosa di diverso.
Non perché la metafora sia sbagliata, ma perché svolge un'altra funzione, invitando a guardare una cosa attraverso un'altra. Il tentativo del mio lavoro è invece quello di verificare se esista un linguaggio capace di accompagnare il fenomeno senza spostare lo sguardo altrove.
Per questo motivo, quando utilizzo un'espressione come assenza definita, l'intenzione non è evocare un'immagine, ma provare a dare un nome a una configurazione che si è resa riconoscibile durante l'osservazione. Naturalmente questo non garantisce che il termine sia corretto. Ogni parola rimane un'ipotesi di lavoro, ciò che cambia è il criterio con cui viene scelta: non mi chiedo se sia un'espressione bella o efficace, ma se permetta di ritrovare il fenomeno in un secondo momento.
Lo stesso vale per altre espressioni che utilizzo . Se descrivessi un luogo come accogliente, introdurrei già un'interpretazione. L'accoglienza implica infatti un modo in cui il luogo si rapporta a chi lo osserva. Parlare invece di vastità abitabile prova a descrivere altro. Non attribuisce intenzioni al luogo, ma tenta di nominare una particolare configurazione spaziale della relazione, così come è stata colta.
Parc Ela, verso il Leg Grevasalvas, 31 maggio 2026. Una delle osservazioni da cui è emersa la forma relazionale assenza definita.
La differenza può sembrare minima, ma cambia il ruolo delle parole. Nel primo caso il linguaggio aggiunge un significato, mentre nel secondo cerca, per quanto possibile, di restare vicino a ciò che appare.
Mi rendo conto che alcune espressioni della ricerca possono sembrare poetiche. Non cercano però di evocare immagini o suscitare emozioni, ma il motivo è che il linguaggio ordinario non dispone sempre delle parole necessarie per descrivere ciò che emerge durante un incontro con un luogo.
La loro eventuale forza evocativa, semmai, è una conseguenza, non il criterio con cui vengono scelte. Una parola funziona quando, tornando sul luogo o rileggendo una descrizione, permette di riconoscere nuovamente quella configurazione percettiva. Non perché convince, emoziona o colpisce.
Questo è anche il motivo per cui il linguaggio che utilizzo nel mio lavoro rimane inevitabilmente provvisorio. Ogni termine continua a essere verificato, corretto e, se necessario, abbandonato. Non sto cercando la parola più suggestiva, ma quella che tradisca il meno possibile l'incontro che cerca di descrivere.
Questa verifica, inoltre, non avviene soltanto attraverso la scrittura. Se una parola sembra restare fedele a un fenomeno, come posso capire se quel fenomeno continua a mantenersi riconoscibile anche attraversando un linguaggio diverso?
Ed è qui che emerge il ruolo della pittura. Non quello di illustrare ciò che è stato osservato, ma di verificare se quel fenomeno mantenga la propria consistenza anche attraversando un altro linguaggio. Di questo però, parlerò nel prossimo approfondimento.
Lieti momenti
Giada