13 ottobre 2026

S2 · #5

La montagna incontrata

Amarla, conoscerla, abitarla o difenderla non significa necessariamente averla incontrata.

La mia ricerca si concentra sull’incontro con i luoghi. Da tempo cerco di comprendere quando un incontro accade davvero e che cosa cambia nello sguardo quando questo avviene.

È una ricerca nata dal mio tentativo di avvicinarmi alla montagna, sia fisicamente sia interiormente, iniziato quasi dieci anni fa con il trasferimento in Engadina. Da quel momento ho cominciato a conoscerla nella quotidianità, a frequentarla più assiduamente, a emozionarmi davanti alla sua bellezza e a sentire che, giorno dopo giorno, stava diventando parte della mia vita.

A un certo punto, però, ho iniziato a percepire che nulla di tutto questo fosse ancora sufficiente a dire che la stessi incontrando. Ho così provato a osservare ciò che credevo provenisse da noi e mi sono accorta che, in quel noi, io occupavo quasi tutto lo spazio: c’erano le mie emozioni, i miei desideri, i miei ricordi, le mie sensazioni e le immagini della montagna che già possedevo.

Ho provato allora a portare tutto questo in secondo piano, un po’ come si spostano dei fogli per vedere il piano sul quale sono appoggiati, convinta che sotto avrei finalmente trovato la montagna. Ma non è stato così.

Quando le emozioni, i ricordi e le immagini che già possedevo hanno smesso di occupare tutto lo spazio, non è apparsa una montagna più vera, ma è rimasto piuttosto un vuoto. Non perché il luogo non avesse nulla da mostrare, ma perché senza gli elementi attraverso i quali ero abituata a riconoscerlo, non sapevo ancora che cosa guardare.

È stato da quel vuoto che ho iniziato a domandarmi come, e se, fosse possibile incontrare la montagna senza ridurla a ciò che riusciva a provocare in me. Non eliminando il mio sguardo, cosa impossibile, ma cercando di comprendere quando qualcosa del luogo riuscisse a partecipare a ciò che vedevo, in una relazione nella quale non ci fossi soltanto io. Un incontro, appunto.

Vivendo in Engadina, i luoghi che osservo sono inevitabilmente soprattutto luoghi di montagna. In questi giorni di bassa stagione, mentre le strade e i sentieri si svuotano, mi capita di leggere molti discorsi sul “problema delle persone” in montagna: l’affollamento, le infrastrutture costruite per attirare visitatori, i telefoni alzati davanti ai panorami, le code sulle passerelle.

Nulla da dire, è un problema reale. La quantità delle persone modifica i luoghi, produce rumore, pressione ed erosione, richiede servizi e può trasformare la montagna nel supporto di un’attrazione.

Ho però l’impressione che il numero e il tipo di persone presenti stia rischiando di diventare anche una misura con cui giudicare la profondità di un’esperienza. Chi cammina per ore e cerca il silenzio sembra saper vivere la montagna in modo più autentico di chi arriva in funivia, si mette in fila per raggiungere un luogo o scatta un selfie in compagnia. Quando poi termina l’alta stagione, si parla talvolta di una montagna finalmente restituita a sé stessa o a chi la sa abitare davvero.

Attorno a questi argomenti incontro spesso anche racconti di amore per la montagna, accompagnati da sentimenti di gratitudine, pace, appartenenza e meraviglia. La montagna nutre, rigenera e fa sentire a casa. Ogni giorno offre un colore, un profumo o un angolo nuovo di cui accorgersi.

Sono esperienze autentiche e preziose che mi aiutano ad affinare la ricerca, perché mi portano a domandarmi che cosa raccontino del nostro rapporto con un luogo e che cosa, invece, lascino ancora aperto riguardo all’incontro.

Per ora riconosco un possibile incontro quando qualcosa interrompe il mio modo abituale di guardare e rende percepibile una relazione con il luogo che, fino a un momento prima, non riuscivo a vedere. Non compare soltanto un elemento nuovo, ma cambia proprio il modo in cui ciò che ho davanti si organizza e, da quel momento, non riesco più a vederlo nello stesso modo.

Qualche giorno fa, per esempio, camminavo nel bosco dietro casa. Era una bellissima mattina di inizio autunno: il bosco era illuminato dal sole e l’aria era fresca e pungente. Mi sentivo invasa dalla sua bellezza e provavo gratitudine per essere lì. Eppure il mio sguardo rimaneva quello di sempre.

Vedevo un larice illuminato dal sole, poi un altro. Erano magnifici, vivi e leggeri, ma continuavo a riconoscere qualcosa che già conoscevo: alberi colpiti dalla luce del mattino. Poi, a un certo punto, un larice non mi è più apparso semplicemente illuminato. Era come se la luce provenisse dall’albero stesso. Non avevo soltanto notato qualcosa di bello o insolito: la relazione fra il larice, la luce e lo spazio circostante si era improvvisamente modificata. Dal passo seguente non sono più riuscita a vedere il bosco come pochi istanti prima.

È a cambiamenti come questo che, nella mia ricerca, rivolgo l’attenzione. Un incontro può accadere mentre amiamo un luogo, ci sentiamo bene, siamo soli o veniamo sorpresi dalla sua bellezza. Ma l’amore, il benessere, la solitudine e la sorpresa non bastano, da soli, a garantirlo: raccontano soprattutto ciò che proviamo, il legame che abbiamo costruito o le condizioni nelle quali ci troviamo.

Vorrei allora partire da alcune esperienze molto comuni e domandarmi che cosa ci dicono del nostro rapporto con un luogo e che cosa, invece, lasciano ancora aperto.


Non tutto ciò che viviamo in un luogo è un incontro

Le situazioni che seguono possono accompagnare un incontro o creare condizioni favorevoli affinché questo accada. Nessuna, però, da sola basta a dimostrare che sia avvenuto.

Sentirsi legati a un luogo

Possiamo amare profondamente un luogo perché vi abbiamo vissuto momenti importanti, perché ci fa sentire a casa o perché, ogni volta che torniamo, vi ritroviamo una parte di noi. I ricordi si depositano nei sentieri, nei paesaggi e nelle stagioni, mentre il luogo continua a produrre pace, gratitudine, nostalgia o appartenenza.

È un legame reale e prezioso, che conosco molto bene. Ma il sentimento può anche orientare ciò che vediamo. Possiamo cercare nel luogo quello che abbiamo vissuto, riconoscervi l’immagine che ne conserviamo e trascurare ciò che non corrisponde più a quella storia. Il luogo presente rischia così di rimanere sullo sfondo, mentre incontriamo soprattutto i nostri ricordi e ciò che continua a farci provare.

Un incontro può certamente accadere anche con un luogo che amiamo. Forse, però, dobbiamo riuscire a vederlo anche quando non corrisponde ai nostri ricordi, ai nostri sentimenti o a quello che vorremmo ritrovarvi.

Domande possibili: Sto osservando il luogo presente o quello che ricordo? Riesco a vedere anche ciò che interrompe l’immagine alla quale sono legata?


Provare un’emozione intensa

Un tramonto eccezionale, una luce improvvisa, un panorama vastissimo o un particolare mai notato prima possono sorprenderci, commuoverci e lasciarci senza parole. Possiamo sentirci sopraffatti dalla bellezza o avere l’impressione di vedere quel luogo davvero per la prima volta.

L’intensità dell’emozione ci dice che qualcosa ci ha colpiti, ma non necessariamente che il nostro sguardo sia cambiato. Potremmo continuare a osservare il luogo attraverso categorie che già conosciamo: bello, grandioso, spettacolare o insolito. Anche scoprire un nuovo colore, un profumo o un elemento prima trascurato può semplicemente aggiungere un particolare a ciò che già vedevamo.

Nell’incontro non appare soltanto qualcosa di nuovo o emozionante. Quel particolare modifica anche il resto, rende percepibile una relazione che prima non riuscivamo a vedere e cambia il modo in cui il luogo si organizza davanti a noi.

Domande possibili: Sono stata colpita/o dall’intensità o dalla novità di ciò che ho visto, oppure è cambiato il modo in cui vedo anche il resto? Quando l’emozione è passata, riesco a osservare il luogo esattamente come prima?


Lasciare che la montagna ci parli

Possiamo andare in montagna senza programmi, convinti di accogliere liberamente qualsiasi cosa accada. Lasciamo che il luogo sia ciò che vuole essere e riceviamo ciò che decide di offrirci. Possiamo anche considerare la montagna una Maestra, una guida o una presenza capace di curarci e ricondurci a ciò che conta davvero.

Pratiche come la meditazione, lo yoga o il forest bathing possono rallentare il nostro ritmo e affinare l’attenzione. Ma anche questa disponibilità può attribuire al luogo una funzione prima ancora di incontrarlo. Se cerchiamo un insegnamento, una guarigione o una risposta, rischiamo di interpretare ciò che accade in modo che corrisponda alla nostra ricerca.

Ci sembra di lasciare la montagna libera di essere ciò che vuole, ma ciò che manifesta rischia di continuare ad avere noi come destinatari. Incontrarla potrebbe significare anche accettare che non abbia nulla da insegnarci, donarci o dirci e che ciò che appare non sia necessariamente un messaggio rivolto a noi.

Domande possibili: Sto lasciando che il luogo sia oppure gli sto attribuendo la funzione di guidarmi? Riesco a riconoscere una presenza o una relazione anche quando non contiene un dono, un insegnamento o una risposta per me?


Cercare la montagna più autentica

Possiamo pensare che la montagna più autentica sia quella raggiunta dopo ore di cammino, affrontando la fatica, la pioggia, la nebbia o il freddo. Quella lontana dai percorsi frequentati, dove regnano il silenzio e la solitudine e arrivano soltanto poche persone.

Sono condizioni che possono affinare l’attenzione: la fatica coinvolge il corpo, il maltempo mostra aspetti meno rassicuranti del luogo e il silenzio rende percepibile ciò che nel rumore rimarrebbe nascosto. Ma possono anche diventare prove di valore, come se la montagna vera fosse riservata a chi è abbastanza preparato, tenace o sensibile per raggiungerla. Possiamo inoltre camminare per ore pensando soprattutto alla meta, alla prestazione o alla soddisfazione di trovarci dove gli altri non arrivano.

La solitudine e la fatica possono favorire un incontro, ma non lo garantiscono. Qualcosa può modificare il nostro sguardo anche a pochi passi da una strada o in presenza di altre persone.

Domande possibili: La fatica e la solitudine mi hanno reso più disponibile al luogo oppure sono diventate il centro dell’esperienza? Se arrivassero altre persone, il luogo perderebbe valore o cambierebbe soprattutto il modo in cui mi percepisco al suo interno?


Abitare la montagna

Vivere a lungo in montagna permette di conoscerne le stagioni, i ritmi, le trasformazioni e i limiti. Chi vi abita ne vive quotidianamente i cambiamenti e assume responsabilità che un visitatore occasionale normalmente non ha. Ma la familiarità può anche diventare una forma di possesso: questa è la mia montagna, nessuno la conosce quanto me, soltanto chi ci vive può comprenderla davvero. Vederla ogni giorno sembra allora garantire una relazione più profonda.

Eppure possiamo convivere per anni con un luogo e continuare a considerarlo un’abitudine, una risorsa, uno sfondo o una conferma della nostra identità. La conoscenza può affinare lo sguardo, ma può anche anticiparlo: crediamo di sapere già che cosa abbiamo davanti e che nulla possa più apparirci al di fuori di ciò che conosciamo.

Abitare un luogo costruisce un rapporto particolare con esso, ma non garantisce di incontrarlo.

Domande possibili: La familiarità mi permette di vedere meglio oppure mi convince di conoscere già ciò che ho davanti? Riesco a lasciare che il luogo contraddica l’immagine che ne ho costruito?


Difendere la montagna

Opporsi a una costruzione invasiva, a un evento sproporzionato o a una decisione politica dannosa può essere necessario. Difendere un ambiente richiede conoscenza, responsabilità e la disponibilità a esporsi per qualcosa che non riguarda soltanto noi. Ma la difesa può anche generare la certezza di conoscere la montagna meglio degli altri: se lotto per proteggerla posso convincermi di sapere che cosa le serva, che cosa le appartenga e come debba essere vissuta. Chi compie scelte diverse appare allora incapace di comprenderla o rispettarla.

Possiamo difendere un luogo e, nello stesso tempo, proteggere anche l’immagine che ne abbiamo o il tipo di esperienza che desideriamo continuare a viverci. Un giudizio etico può essere fondato senza per questo esaurire tutto ciò che il luogo è capace di mostrare. Proteggere la montagna è un’azione concreta e talvolta indispensabile, ma non costituisce, da sola, la prova di averla incontrata.

Domande possibili: Sto difendendo le caratteristiche concrete del luogo o anche l’idea che ne ho costruito? Riesco ancora a osservare ciò che c’è, anche quando non lo approvo? La mia lotta mi rende più attenta/o al luogo oppure più certa/o di sapere già che cosa sia meglio per lui?

Ciò che resta

Amare la montagna, emozionarsi davanti alla sua bellezza, cercarvi una guida, affrontarne la fatica, abitarla o difenderla sono esperienze reali e importanti. Possono renderci più attenti e creare condizioni favorevoli perché un incontro possa accadere, ma nessuna può garantirlo da sola.

Possiamo amare un luogo e continuare a vedere soprattutto i nostri ricordi. Possiamo commuoverci senza che il nostro sguardo cambi, interpretare ciò che accade come un messaggio rivolto a noi, trasformare la fatica in una prova di valore, la familiarità in possesso e la difesa nella certezza di sapere che cosa sia meglio per il luogo.

Questo non rende le nostre esperienze false o meno preziose. Significa soltanto che incontrare un luogo potrebbe richiedere qualcosa di diverso.

Non penso sia possibile eliminare sé stessi dall’esperienza, né vorrei farlo. Percepisco sempre un luogo anche attraverso il corpo, la mia storia, ciò che provo e quello che conosco. Cerco però di mantenere una postura interiore che chiamo della giusta distanza. E cioè essere abbastanza vicina da lasciarmi coinvolgere e, nello stesso tempo, abbastanza distante da non ricondurre immediatamente ogni cosa a me.

La giusta distanza non è una tecnica e non garantisce che qualcosa accada. Mi aiuta però a riconoscere ciò che ho con me senza permettergli di decidere interamente che cosa possa apparire.

Porto avanti questa ricerca per comprendere la differenza fra vivere un’esperienza in un luogo e lasciare che anche il luogo possa partecipare alla formazione di ciò che vedo. Non cerco un metodo capace di produrre incontri, ma strumenti per riconoscere quando sto ritrovando soprattutto le mie emozioni, conoscenze e aspettative e quando, invece, qualcosa che ho davanti riesce a interromperle e a modificare il mio sguardo.

L’utilità del mio lavoro, per me, comincia proprio da questa distinzione. Se un luogo non è soltanto ciò che mi fa provare, ciò che rappresenta o quello che penso di sapere su di lui, non posso più considerarlo esclusivamente come sfondo, rifugio, insegnamento o conferma della mia identità. In pratica devo lasciargli la possibilità di non corrispondermi e di partecipare alla relazione senza essere ricondotto interamente a me.

Le Osservazioni che colgo mi permettono di riconoscere e analizzare questi momenti. Nei dipinti, invece, provo a verificare se la relazione apparsa possa tornare percepibile, mentre la scrittura mi aiuta a interrogarla e a renderla condivisibile. Non per stabilire quale sia il modo giusto di vivere un luogo, ma per domandarmi quanto spazio io riesca ancora a lasciare a ciò che non avevo previsto.

Forse un incontro accade proprio lì: quando ciò che vediamo non può essere ricondotto interamente né a noi né al luogo, ma prende forma nello spazio fra entrambi.

Grazie per aver percorso con me un breve tratto di ricerca, anche questo mese.
Lieti momenti,

Giada

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