13 marzo 2026

#10

Affidarsi: lasciare che la vita ci dia forma

Affidarsi, in questo cammino, non significa rinunciare a orientarsi. Non è un gesto di abbandono né una risposta a ciò che non comprendiamo. Affidarsi è una postura che appare quando smettiamo di trattenere tutto ciò che accade.

Dopo la soglia, il centro, il vuoto, il tempo, la casa, l’altro, la parola, la cura e il ritornare, il percorso non chiede nuove esperienze. Chiede qualcosa di più semplice e allo stesso tempo più esposto: restare nel reale senza pretendere di guidarlo fino in fondo.

Non si tratta di smettere di agire, di pensare o di scegliere. Si tratta piuttosto di riconoscere che ciò che siamo non si forma mai da soli. Quando ci affidiamo davvero, lasciamo che il mondo partecipi alla nostra forma. Gli incontri, i luoghi, gli eventi e persino ciò che non avevamo previsto entrano a far parte di ciò che diventiamo.

Affidarsi è restare disponibili a questo processo. Ma quando lasciamo che la vita partecipi alla nostra forma, succede anche qualcosa nel movimento opposto: ciò che siamo diventati comincia, a sua volta, a partecipare alla forma stessa della vita. Questo non accade perché decidiamo di dare qualcosa agli altri o perché vogliamo restituire ciò che abbiamo ricevuto. Accade più semplicemente perché ciò che attraversa davvero una persona non resta fermo.

Si riconosce in piccoli gesti, in parole che nascono al momento giusto, in un’attenzione nuova verso i luoghi, in un modo diverso di stare nelle relazioni. È questo movimento che, nelle ultime parole di questo percorso, chiameremo restituzione. Non qualcosa da fare, ma qualcosa che accade quando ciò che abbiamo vissuto non resta chiuso dentro di noi e torna a circolare nel mondo.

Lieta lettura.
Giada

Cascata ghiacciata e ghiaccio su una parete rocciosa in un ambiente invernale.

La foto che ho scelto per rappresentare affidarsi - Questa è la foto di una cascata in inverno. L’acqua continua a scendere, e il freddo la trasforma lentamente in ghiaccio. Si formano colonne, pieghe, spessori inattesi. La cascata non è più solo acqua che scorre, ma nemmeno ghiaccio immobile; è entrambe le cose insieme. Dentro la massa bianca si intravede ancora il movimento dell’acqua. Continua a passare, a modellare e a depositare nuovi strati. Il gelo non la blocca del tutto: la lascia attraversare e, proprio per questo, l’acqua prende forma.

Guardando questa cascata ho pensato che affidarsi, per me, assomiglia a qualcosa di simile. Non è smettere di scorrere né lasciarsi immobilizzare ma è lasciare che ciò che accade ci possa attraversare quel tanto da poter diventare forma. L’acqua, incontrando il freddo, diventa visibile in un modo che senza quell’incontro non avrebbe mai avuto. Ma anche il gelo, lasciandosi attraversare dall’acqua, prende una forma concreta, quasi scolpita. Ognuno dei due, insomma, rende l’altro visibile.

Forse affidarsi è proprio questo: non proteggersi da ciò che accade, ma permettere che l’incontro con la vita faccia emergere ciò che possiamo essere. Non significa perdere sé stessi e nemmeno rinunciare a orientarsi. Significa invece diventare il luogo in cui ciò che siamo può prendere forma. Questa foto rappresenta un momento in cui non c’era nulla da forzare e da decidere. L’acqua continuava a scendere e il ghiaccio continuava a formarsi, mentre la cascata trovava da sola la sua figura.

Forse affidarsi assomiglia a questo: restare abbastanza disponibili affinché la vita possa attraversarci e, nel tempo, restituirci una forma che da soli non avremmo mai potuto costruire.

Perché dopo la soglia, il centro, il vuoto, il tempo, la casa, l’altro, la parola, la cura e il ritornare, arriva affidarsi

Dopo la soglia, il centro, il vuoto, il tempo, la casa, l’altro, la parola, la cura, e il ritornare, affidarsi non arriva come una nuova tappa ma come un passo ulteriore.

Le parole attraversate finora hanno aperto uno spazio diverso di relazione con il reale. La soglia ha insegnato il passaggio. Il centro ha dato orientamento. Il vuoto ha reso possibile l’ascolto. Il tempo ha cambiato ritmo. La casa ha offerto dimora. L’altro ha aperto alla relazione. La parola ha nominato. La cura ha custodito.

Con il ritornare abbiamo lasciato che tutto questo rientrasse nei giorni ordinari, senza restare separato dalla vita. Ma quando si rientra davvero nel reale così com’è, qualcosa diventa evidente: non tutto può essere previsto, guidato o trattenuto.

È qui che appare l’affidarsi.

Se la soglia è il passaggio, affidarsi è il passo che continua anche quando il terreno non è chiaro.
Se il centro orienta, affidarsi lascia che quell’orientamento non diventi controllo.
Se il vuoto apre, affidarsi non riempie quell’apertura con risposte.
Se il tempo cambia ritmo, affidarsi accetta di non poterlo trattenere.
Se la casa accoglie, affidarsi ricorda che nessuna dimora è possesso.
Se l’altro chiama, affidarsi lascia che l’incontro trasformi ciò che siamo.
Se la parola nomina, affidarsi accetta che non tutto debba essere detto.
Se la cura custodisce, affidarsi riconosce che non tutto può essere protetto.
E se il ritornare ci ha riportati nel reale, affidarsi è il gesto che permette di restarci.

Affidarsi non significa smettere di camminare, né consegnare il proprio cammino a qualcun altro. Significa restare abbastanza disponibili perché ciò che accade possa incontrarci davvero. Non è un abbandono. È una fiducia quieta nel fatto che la vita, incontrandoci, possa far emergere ciò che siamo.

Le sei dimensioni del legame

Affidarsi nell’Arte del Sogliare - Affidarsi, nell’Arte del Sogliare, non è un atto improvviso né una decisione da prendere una volta per tutte: è una postura che si riconosce nel modo in cui abitiamo il reale. Per questo può essere osservato attraverso le dimensioni del legame che hanno accompagnato tutto questo cammino: lo spazio, il tempo, il corpo, il gesto e la quotidianità. Non come tappe da compiere, ma come luoghi in cui riconoscere se stiamo trattenendo ciò che accade oppure se stiamo lasciando che ci incontri davvero.

In questa parte della newsletter, quindi, l’affidarsi viene osservato nelle cinque dimensioni del legame già attraversate nei mesi precedenti, per vedere come questa postura può apparire dentro la vita concreta.

A queste cinque dimensioni però, da questo numero in avanti, se ne aggiunge una sesta. È la dimensione della restituzione.

Non perché sia un livello successivo o un obiettivo da raggiungere. Compare ora perché, quando il legame con il reale non viene più trattenuto, qualcosa comincia naturalmente a tornare nel mondo. Non è un gesto volontario né un dovere morale. È ciò che accade quando ciò che abbiamo attraversato non resta solo nostro, ma continua a circolare nei luoghi, nei gesti e nelle relazioni.

Per questo motivo, nelle ultime tre parole di questo percorso, alle cinque dimensioni del legame si affiancherà anche questa sesta dimensione; un modo per osservare cosa succede quando il cammino smette di essere solo interiore e torna a toccare il mondo.

1 - AFFIDARSI NELLO SPAZIO: LASCIARE CHE IL LUOGO PARTECIPI

Affidarsi nello spazio non significa trovare il luogo giusto né cercare un ambiente che ci faccia sentire protetti. Significa lasciare che il luogo in cui ci troviamo possa partecipare a ciò che accade.

Uno spazio non è solo un contenitore neutro. Ha condizioni, temperature, aperture e resistenze. Affidarsi nello spazio è accettare che queste condizioni facciano parte dell’incontro con il reale, senza cercare di correggerle o di aggirarle.

Succede quando si resta in un luogo senza pretendere che sia perfetto per noi. Quando non si cerca continuamente uno spazio migliore, più favorevole o più controllabile. Lo spazio smette allora di essere qualcosa da gestire e diventa qualcosa con cui entrare in relazione.

Non affidarsi nello spazio prende spesso la forma della protezione: scegliere solo luoghi che confermano ciò che già sappiamo, o che ci permettono di restare al riparo da ciò che potrebbe metterci in movimento. In questo caso lo spazio diventa uno strumento di controllo.

Affidarsi, invece, è permettere al luogo di fare la sua parte. Restare abbastanza disponibili perché ciò che accade tra noi e lo spazio possa prendere forma.

2 - AFFIDARSI NEL TEMPO: LASCIARE CHE IL TEMPO FACCIA IL SUO CORSO

Affidarsi nel tempo non significa smettere di organizzare o di prendere decisioni. Significa accettare che non tutto ciò che accade possa essere anticipato o guidato. Il tempo ha il suo ritmo, che spesso non coincide con le nostre attese. Affidarsi nel tempo è lasciare che alcune cose maturino senza forzarle, senza riempire ogni intervallo e senza pretendere che ogni momento produca qualcosa di chiaro.

Succede quando si attraversa un periodo incerto senza affrettare le conclusioni. Quando non si interpreta subito ciò che accade e si lascia che gli eventi trovino da soli il loro posto nel tempo.

Non affidarsi nel tempo prende spesso la forma dell’anticipazione: voler capire subito, decidere subito, chiarire subito. Il tempo diventa così qualcosa da stringere e da rendere prevedibile.

Affidarsi, invece, è lasciare che il tempo resti tempo. Non trattenerlo, non accelerarlo e non chiedergli di spiegarsi prima che sia pronto.

3 - AFFIDARSI NEL GESTO: LASCIARE CHE IL GESTO TROVI LA SUA MISURA

Affidarsi nel gesto non significa smettere di agire né rinunciare a orientarsi. Significa lasciare che il gesto trovi la sua misura dentro ciò che accade, senza volerlo controllare fino in fondo.

Un gesto non nasce mai da noi soltanto. Nasce sempre dentro una situazione, dentro un tempo, dentro una relazione. Affidarsi nel gesto è accettare che ciò che facciamo prenda forma anche attraverso ciò che incontriamo.

Succede quando un gesto non viene forzato per ottenere un risultato preciso. Quando si fa ciò che è possibile fare in quel momento, lasciando che l’azione resti proporzionata alla realtà che abbiamo davanti.

Non affidarsi nel gesto prende spesso la forma dello sforzo: voler intervenire sempre di più, correggere tutto, assicurarsi che nulla sfugga al controllo. Il gesto diventa così una risposta che pretende di chiudere ciò che accade.

Affidarsi, invece, è permettere al gesto di restare aperto. Fare ciò che possiamo fare e lasciare che il resto continui a muoversi oltre di noi.

4 - AFFIDARSI NEL CORPO: LASCIARE CHE IL CORPO INCONTRI CIÒ CHE ACCADE

Affidarsi nel corpo non significa ascoltarlo continuamente né renderlo più sensibile. Significa permettere al corpo di incontrare ciò che accade senza irrigidirsi contro ogni imprevisto.

Il corpo è spesso il primo luogo in cui appare il bisogno di controllo: si tende, si prepara, cerca di anticipare ciò che potrebbe succedere. Affidarsi nel corpo è lasciare che questa tensione si sciolga quando non è necessaria.

Succede quando il respiro torna a scendere da solo. Quando il corpo smette di difendersi da ogni situazione e resta disponibile a ciò che sta accadendo.

Non affidarsi nel corpo prende spesso la forma della contrazione: trattenere, prepararsi continuamente, restare in allerta anche quando non serve. Il corpo diventa così il luogo in cui si tenta di tenere tutto sotto controllo.

Affidarsi, invece, è permettere al corpo di fare ciò che sa fare: attraversare le situazioni, reggere l’incertezza e continuare a stare nel mondo senza irrigidirsi contro di esso.

5 - AFFIDARSI NELLA QUOTIDIANITÀ: CONTINUARE SENZA TRATTENERE

Affidarsi nella quotidianità non significa vivere ogni giorno con fiducia o serenità. Significa continuare a stare nei giorni anche quando non comprendiamo del tutto ciò che accade.

La vita quotidiana è fatta di ripetizioni, piccoli imprevisti, gesti che tornano uguali. Affidarsi nella quotidianità è lasciare che questi giorni continuino senza pretendere di chiarire ogni passaggio o di trovare subito un senso.

Succede quando si attraversa una giornata senza trasformarla continuamente in una verifica. Quando non si chiede a ogni momento di confermare qualcosa su di noi o sulla direzione che stiamo prendendo.

Non affidarsi nella quotidianità prende spesso la forma dell’inquietudine: il bisogno di capire subito, di aggiustare ogni situazione, di correggere continuamente il corso delle cose.

Affidarsi, invece, è restare nei giorni così come sono. Continuare a vivere, lasciando che ciò che deve chiarirsi trovi il suo tempo.

6 - AFFIDARSI NELLA RESTITUZIONE: LASCIARE CHE QUALCOSA TORNI NEL MONDO

Affidarsi nella restituzione non significa decidere di dare qualcosa agli altri né trasformare ciò che viviamo in un gesto intenzionale. La restituzione non è un dovere e non è una prova morale.

Accade quando ciò che abbiamo attraversato non resta chiuso dentro di noi. Quando un’esperienza, un gesto o una comprensione trovano naturalmente il modo di tornare nel mondo.

Succede quando qualcosa che abbiamo vissuto diventa parola per qualcuno, attenzione verso un luogo, disponibilità in una relazione. Non perché lo abbiamo pianificato, ma perché ciò che ci ha toccati continua a muoversi.

Non affidarsi nella restituzione prende spesso la forma del trattenere: conservare ciò che è stato vissuto come qualcosa di personale, da proteggere o da custodire separatamente dalla vita degli altri. Affidarsi, invece, è lasciare che ciò che è passato attraverso di noi possa continuare il suo cammino. Non come qualcosa da offrire, ma come qualcosa che torna a circolare nel mondo.

Verso un affidarsi condiviso

Ogni mese, nel Vocabolario Collettivo della Realtà, una parola viene attraversata insieme. Non per fissarne il significato, ma per lasciare che emerga dalle esperienze di chi scrive. Anche affidarsi ha preso forma così: attraverso gesti quotidiani, ricordi, paure, relazioni e momenti in cui qualcuno ha scelto — o non è riuscito — a lasciare andare il controllo.

In queste voci diverse si riconosce qualcosa che ci riguarda tutti: affidarsi non è un gesto unico né un significato stabile. È una postura che cambia nel tempo e nelle situazioni. La definizione che segue nasce dalle testimonianze di chi ha contribuito a questa parola. Non cerca di spiegare cosa sia affidarsi una volta per tutte, ma di lasciare intravedere le forme che può assumere nella vita delle persone.

Grazie  per aver condiviso una parte di sé a: Filippo, Gabriela, Francesco, Giovy, Patrick, Mauro, Fabio e Rosa, a cui va il mio più sentito grazie 🙏❤️.

Affidarsi nel Vocabolario collettivo della realtà

Affidarsi è, a volte, una cosa semplice come una mano che si intreccia a un’altra. Un gesto alla pari, in cui nessuno domina e nessuno si arrende, ma entrambi sostengono il cammino. È sapere che qualcuno è dietro di te e poter lasciare andare la palla senza voltarti, perché la fiducia non ha bisogno di essere controllata. Affidarsi è anche credere. Credere che qualcuno possa accogliere il nostro passo nel vuoto, come quando ci lasciamo cadere sapendo che qualcuno ci prenderà. Non è un gesto scontato: richiede coraggio e la disponibilità a rinunciare, almeno per un momento, all’illusione del controllo.

Per alcuni affidarsi è riconoscere un limite. È accettare di non bastare sempre a sé stessi e condividere una fragilità. In questo senso diventa un gesto profondamente umano e intimo: prima di affidarsi occorre conoscersi. A volte affidarsi è lasciarsi portare dal susseguirsi dei giorni. Fidarsi del tempo che scorre e della possibilità che ogni giornata possa offrire uno sguardo nuovo, un incontro inatteso, una nuvola che ieri non c’era. Non tutti riescono a farlo. C’è chi non si affida a nessuno e chi, dopo percorsi difficili, sente di poter contare soltanto su sé stesso. Anche questo fa parte dell’affidarsi. Altri scelgono di affidarsi alla natura, a luoghi che accolgono senza giudicare: un bosco, per esempio, capace di ricevere chi entra senza distinguere tra forte e fragile.

Affidarsi, allora, non è solo un gesto verso qualcuno. È una postura. È la disponibilità a lasciarsi attraversare da ciò che accade senza irrigidirsi. Come l’acqua di una cascata che incontra il gelo e continua a scorrere prendendo forma. L’incontro tra i due crea una figura che da soli non avrebbero mai avuto. Affidarsi è permettere alla vita di attraversarci abbastanza da rivelare ciò che possiamo essere. È il passo nel buio che, proprio mentre lo compiamo, diventa anche una liberazione.


Nel cuore di ciò che resta

Nel cammino dell’Arte del Sogliare, anche affidarsi non è stato un tema da comprendere, ma una postura da riconoscere. Dopo la soglia, il centro, il vuoto, il tempo, la casa, l’altro, la parola, la cura e il ritornare, il percorso non si interrompe: continua nel modo in cui restiamo nel reale.

Abbiamo incontrato l’affidarsi nello spazio che smette di proteggerci, nel tempo che non possiamo anticipare, nei gesti che trovano la loro misura, nel corpo che lascia andare la tensione e nella quotidianità che continua senza chiedere conferme.

In ognuna di queste dimensioni, affidarsi non ha chiesto di aggiungere qualcosa alla vita, ma di smettere di trattenerla. Quando questo accade, qualcosa si muove anche nel senso opposto. Ciò che siamo diventati non resta fermo: torna a partecipare alla vita dei luoghi, delle relazioni e dei gesti quotidiani.

Ciò che resta non è una certezza né una conquista. È una disponibilità più quieta a lasciarci attraversare dalla vita, sapendo che ciò che ci attraversa continuerà a muoversi anche oltre di noi.

Ci ritroveremo tra un mese, se vorrai, attorno a una nuova parola. Non come un passaggio da aprire, ma come un altro modo di continuare il cammino.

Lieti momenti

Giada

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