13 agosto 2026

S2 · #3

Come incontrare la montagna, davvero?

E cosa potrebbe cambiare, se ci riuscissimo?

Tutto il mio lavoro sull’osservazione dei luoghi in fondo nasce da questa domanda: come posso incontrare la montagna, davvero? Ci abito, la frequento e proprio qui nascono tutte le osservazioni da cui prendono forma i miei dipinti. Eppure è stato vivendo qui che mi sono accorta di come molti dei modi con cui credevo di incontrarla parlavano soprattutto di me e molto meno di lei.

Siamo abituati a raccontarla attraverso ciò che ci offre come bellezza, libertà, silenzio, benessere, sfida o avventura. Eppure, finché il luogo vale soprattutto per ciò che ci dà, mi chiedo quanto di ciò che è riesca ad arrivarci davvero.

Quindi: come è possibile incontrare la montagna? Con estrema sincerità posso dire che non lo so. Negli ultimi mesi ho iniziato a capire che non posso decidere in anticipo come e quando una relazione prenderà forma. Posso però creare le condizioni affinché possa emergere qualcosa che non avevo previsto.

Quando osservo un luogo, cerco di sospendere per quanto possibile giudizi, aspettative e interpretazioni. Cerco di sostare, di non avere fretta, di lasciare che sia il luogo a guidare lo sguardo e di accettare che magari non accada nulla. È quella che, nel tempo, ho iniziato a chiamare postura dell’incontro.

Non è un metodo per ottenere un’esperienza particolare ma anzi, funziona quasi al contrario, perché prova a togliere dal centro la necessità di ottenere qualcosa. Ed è proprio questo che oggi mi fa guardare in modo diverso anche al dibattito su come si vive la montagna, oggi più acceso che mai.

Una panchina gigante, un impianto di risalita o un evento in quota possono certamente orientare il nostro modo di stare in un luogo. Possono favorire alcune relazioni e renderne più difficili altre. Ma non credo che basti rifiutarli per essere automaticamente più vicini alla montagna. Perché anche l’idea di una montagna “pura”, autentica, riservata a chi sa davvero come viverla può diventare una forma di consumo, solo diversa.

In un caso chiedo alla montagna di divertirmi, emozionarmi od offrirmi un’esperienza. Nell’altro invece le chiedo semplicemente di confermare l’idea che ho di me: quella di persona consapevole, rispettosa, sensibile, competente e capace di difendere la montagna da chi la vive “male”.

In entrambi i casi il rischio è però lo stesso: il centro resto io. La montagna, allora, diventa solo qualcosa attraverso cui definisco ciò che desidero, ciò che rifiuto o chi credo di essere. Per questo oggi mi interessa sempre meno stabilire quale sia il modo giusto di vivere un luogo, e sempre di più capire con quale postura possiamo lasciare che una relazione con quel luogo diventi possibile.

Paradossalmente, credo che si possa incontrare davvero una montagna anche seduti su una panchina gigante. E credo che si possa attraversare una valle selvaggia, lontana da qualsiasi infrastruttura, convinti di sapere già cosa significhi vivere davvero la montagna, senza incontrarla mai.

Con questo non voglio dire che ogni modo di intervenire sul paesaggio sia equivalente, né che le conseguenze concrete delle nostre scelte non contino. Ma solo che la qualità dell'incontro non coincide automaticamente con la purezza del contesto, ma nemmeno con il modo in cui immaginiamo di dover vivere la montagna. Dipende anche dalla disponibilità a lasciare che il nostro modo di stare con quel luogo possa trasformarsi.

Nella mia pratica, questa distanza non significa sparire né diventare neutrali. Significa essere abbastanza presenti da partecipare e abbastanza distanti da non proiettare continuamente sul luogo ciò che già penso, desidero o mi aspetto da lui.

Ed è lì che, a volte, qualcosa cambia. Non so ancora dire esattamente cosa, ma so che lo sguardo smette di limitarsi a cercare ciò che riconosce e trova un punto su cui potersi fermare. Da quel momento il luogo non vale più soltanto per ciò che mi dà, e la relazione acquista una profondità diversa.

Che cosa possa nascere da quell’incontro, invece, non lo so mai. Come quando incontriamo davvero una persona non possiamo prevedere che cosa quella relazione farà di noi, né cosa diventerà nel tempo. Possiamo solo esserci abbastanza da permettere all’incontro di accadere.

Forse con la montagna vale qualcosa di simile. Non dobbiamo necessariamente chiederle di salvarci, guarirci, emozionarci, insegnarci qualcosa o confermare la nostra idea di natura. Possiamo però, almeno qualche volta, provare semplicemente a incontrarla.

E vedere che cosa succede.


Quando il panorama non basta

Questo mese non ho terminato alcun dipinto, ma sto continuando ad osservare la montagna anche senza sapere se prima o poi un dipinto lo diventerà. Ritengo infatti che anche l’osservazione, da sola, sia già parte della ricerca.

L’Osservazione a cui sto lavorando in questi giorni è nata il 9 luglio, sopra il Leg Grevasalvas, nel Parc Ela. Erano le 20:42 e stavo aspettando che il tramonto cadesse in una spaccatura fra due montagne. Davanti a me c’era il sole basso sull’orizzonte, mentre quasi tutto il paesaggio era già in controluce. Fra i sassi alcuni piccoli steli d’erba sbucavano dall’ombra e venivano attraversati dalla luce calda della sera.

Nella registrazione fatta sul posto dicevo: “Potrei dire che il campo si sta organizzando attorno ai bagliori di questi steli illuminati. [...] Tutto il resto è in ombra. [...] Però non è un’ombra imponente, che sovrasta. È piuttosto un’ombra che permette a questa luce delicata di apparire”. E a un certo punto mi sono accorta che era proprio lì che il mio sguardo riusciva ad appoggiarsi.

Non sul sole, sull’orizzonte o sul panorama, ma su quelle piccole spighe illuminate. Pochi minuti dopo la relazione è cambiata ancora. Il sole è scomparso dove doveva, mentre i suoi raggi continuavano a propagarsi attorno alle cime sopra Bivio, rendendo visibile la distanza che c’era tra me e la montagna.

Nell’audio ho detto: “È come se questi fasci annullassero la distanza. È un modo per far arrivare la montagna qui. È un modo per esserci fino a là”. Il sole è tramontato alle 20:51.

Sto ancora lavorando al dipinto nato da quell’osservazione e preferisco non anticipare le forme che sono emerse. Mi interessa però ciò che è successo allo sguardo: il paesaggio era già davanti a me, ma soltanto a un certo punto ha smesso di essere qualcosa che stavo osservando ed ha iniziato a diventare una relazione a cui stavo partecipando.

Qualcosa di simile mi è successo il 9 agosto sulla cima l’Äla, sopra Maloja.

Paesaggio montano con valli erbose, boschi di conifere, un lago e montagne in lontananza sotto un cielo blu con alcune nuvole.

Avevo davanti il ghiacciaio del Forno, il Lägh da Cavloc, il fiume, le pinete e il fianco del Margna attraversato da grandi fasci d’ombra. C’erano il vento e i campanacci delle mucche. Tutto ciò che normalmente basterebbe a definire un panorama straordinario. Eppure, come ho annotato sul posto, “il tutto rimaneva lì”. Lo guardavo ma non riuscivo a partecipare.

La situazione è cambiata soltanto quando sono entrate nella visione alcune spighe che il vento muoveva proprio ai miei piedi. Fino a quel momento il ghiacciaio mi appariva lontanissimo, non soltanto nello spazio ma anche nel tempo. Quando quella distanza ha iniziato a raggiungere anche ciò che avevo vicino, l’incontro è iniziato.

Ho scritto: “Solo quando quella linea temporale l’ho fatta arrivare fino a me, fino alle spighe ai miei piedi, finalmente il campo si è aperto”. Per alcuni minuti il molto antico e l’effimero, come il ghiacciaio, le montagne, i piccoli fiori, le spighe e la mia stessa presenza, hanno iniziato a stare dentro lo stesso tempo. Non so se questa osservazione diventerà un dipinto, per ora mi basta sapere che è accaduta.

Posso dire però con certezza che in entrambi i casi mi trovavo davanti a una montagna capace di offrire moltissimo allo sguardo, ma in entrambi i casi il panorama non è bastato a far nascere una relazione. L’incontro è iniziato altrove: in alcuni steli d’erba illuminati dal sole, nei raggi che attraversavano la distanza, nelle spighe ai miei piedi.

La mia domanda su come sia possibile incontrare i luoghi o la montagna non mi sta portando a delle risposte, ma piuttosto a una postura: creare le condizioni perché lo sguardo possa trovare, ogni volta, il proprio modo di entrare in relazione con quel luogo.

Non accade sempre, ma quando accade…

Ed è proprio qui che oggi sento collocarsi il mio lavoro. Sappiamo descrivere un paesaggio e raccontare ciò che ci ha fatto provare. Molto più raramente, invece, sappiamo riconoscere e restituire ciò che è accaduto nella relazione fra noi e quel luogo, senza ridurlo immediatamente a un'emozione, a un significato o a un'interpretazione.

È questo lo spazio che provo a esplorare. Le osservazioni sono il luogo in cui quella relazione viene cercata, mentre i dipinti sono il tentativo di verificare se quella relazione possa tornare accessibile anche attraverso la pittura.

L'osservazione sopra Leg Grevasalvas sta diventando Osservazione 004.
La presenterò quando il dipinto sarà concluso. Nel frattempo:

Tre quadri astratti con colori vivaci appesi su una parete bianca all'interno di un ambiente moderno

Quando le parole cambiano ciò che abbiamo visto?

Questo mese ho sentito il bisogno di approfondire anche un altro aspetto della ricerca: il linguaggio. Quando osservo un luogo, infatti, non basta accorgermi di ciò che sta accadendo. Nel momento in cui provo a descriverlo, devo anche chiedermi quanto le parole che scelgo rimangano fedeli all’esperienza e quanto, invece, inizino già a trasformarla.

È da questa domanda che sono nate espressioni come ritmo, permeabilità, vastità abitabile o assenza definita. Non cerco parole particolarmente poetiche o suggestive, ma termini che mi permettano di riconoscere nuovamente una configurazione osservata, senza aggiungerle significati che sul luogo non erano presenti.

La distinzione è sottile, ma per il mio lavoro è essenziale: dire che un paesaggio è “accogliente”, per esempio, significa già attribuirgli un’intenzione nei nostri confronti; parlare di vastità abitabile prova invece a restare più vicino a una particolare organizzazione percettiva dello spazio.

Naturalmente nessuna parola è definitiva. Anche il linguaggio, come la pittura, rimane per me uno strumento di verifica: ogni termine può essere corretto, precisato o abbandonato se non riesce più a restare fedele a ciò che ho incontrato.

Ciò che resta

All'inizio di questa newsletter mi sono chiesta come sia possibile incontrare davvero la montagna. Continuo a non saperlo ma, arrivata fin qui, mi interessa forse ancora di più un'altra domanda: che cosa cambierebbe, concretamente, se riuscissimo a incontrarla davvero?

Mi chiedo se la postura dell'incontro possa avere anche una portata etica. Non perché ci dica quali comportamenti siano giusti o sbagliati, ma perché potrebbe modificare il rapporto da cui quei comportamenti nascono.

Il consumo della montagna, infatti, non comincia necessariamente con il turismo spettacolare o con una certa idea di montagna autentica. Comincia forse molto prima, nel momento in cui il luogo assume valore soprattutto in funzione di ciò che può essere per noi. Può diventare il luogo in cui cerchiamo esperienza, benessere, avventura o spettacolo.

Ma può anche diventare il luogo in cui confermiamo un'immagine di noi stessi: quella di chi la montagna la conosce, la rispetta e sa davvero come andrebbe vissuta. In forme diverse, il rischio è però lo stesso: che il centro della relazione continui a essere soprattutto ciò che cerchiamo noi, più che il luogo che abbiamo davanti. Quindi una relazione meno autoreferenziale con la montagna potrebbe persino portare, come conseguenza, forse anche a consumarla meno.

Magari avremmo meno bisogno di portarci via continuamente qualcosa: una fotografia, una vetta, un'esperienza da ricordare o un’idea che abbiamo di noi. Potremmo invece accettare più facilmente che un luogo non debba offrirci nulla e che una giornata possa non essere memorabile. Potremmo tornare, sostare, osservare e a volte rinunciare. Forse cambierebbe persino il modo in cui ci muoviamo, scegliamo, acquistiamo, immortaliamo e frequentiamo la montagna.

Non lo so, anche perché sarebbe troppo semplicistico pensare che una postura possa diventare una soluzione. Che voglio dire, però, è che forse il punto non è proteggere la montagna come qualcosa che sta davanti a noi, ma provare a cambiare il tipo di relazione che costruiamo con lei.

In pratica ciò che resta di questa newsletter non è tanto come sia possibile incontrare davvero la montagna, ma:

che cosa accadrebbe al nostro modo di abitare la montagna se smettessimo, almeno qualche volta, di ridurla a ciò che può essere per noi?

E forse, da questo, potrebbero anche nascere scelte diverse, come ad esempio passare dal cercare esperienze al coltivare relazioni.

Lieti momenti,

Giada

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