13 luglio 2026
S2 · #2
Incontrare il reale
Tre osservazioni che hanno cambiato la domanda con cui cerco di incontrarlo
Dopo aver concluso Osservazione 001, ho continuato a osservare altri luoghi con la stessa modalità. Mi pongo in ascolto del contesto, faccio arretrare la quantità di me sufficiente affinché la mia persona non occupi il centro (metto un po' da parte sentimenti, esperienze passate, saperi, giudizi e aspettative) e attendo.
Ma non attendo che il luogo mi trasmetta qualcosa come emozioni, intuizioni o stati interiori particolari. Perché se osservassi ciò che il luogo genera in me, il centro dell'esperienza sarei io. È una modalità di entrare in relazione che conosco bene e che considero preziosa, ma non è ciò che sto cercando di comprendere con il mio lavoro.
Io non voglio sentire un luogo, io voglio incontrarlo.
Mi interessa capire se sia possibile lasciare che un luogo rimanga pienamente sé stesso, mentre anch'io rimango pienamente me stessa. Non gli chiedo di farmi stare meglio, di ispirarmi o di darmi risposte, ma di poter condividere lo stesso momento, senza chiedergli di diventare qualche cosa per me.
Da queste osservazioni sono già nati i dipinti Osservazione 002 e Osservazione 003. Ma, mentre li realizzavo, mi sono accorta che stava cambiando qualcosa che non c’entrava con le forme, le qualità o i fenomeni che cercavo di riportare su tela.
A cambiare, tra una pennellata e l’altra, era la domanda. Se all'inizio cercavo di capire quali forme relazionali emergessero nei luoghi, oggi mi interessa comprendere quando e come la relazione stessa diventa percepibile.
Ma non dentro di me: fuori di me. In ciò che prende forma tra la mia presenza e il luogo.
È qualcosa che non coincide né con ciò che vedo davanti a me né alla mia persona e che, proprio per questo, non può essere ridotto a ciò che provo, penso o comprendo. In pratica, sto iniziando a pensare che il ruolo delle forme non sia quello di descrivere una relazione, ma di renderla accessibile allo sguardo.
Altre due Osservazioni
Questo mese sono nati altri due dipinti. Il primo, Osservazione 002, è emerso sopra l'Alp Ota Suot, in Val Roseg, in Engadina. Il campo sembrava organizzarsi attorno a un ritmo lieve: un filo di ragnatela, i moscerini, il polline, qualche rigagnolo sparso qua e là, mentre l’imponenza del ghiacciaio sullo sfondo spariva.
Osservazione 002
Alp Ota Suot · 25 maggio 2026 · 10:49
Osservazione 003
Qualche giorno dopo è arrivata Osservazione 003, sopra il Leg Grevasalvas, sempre in Engadina. Lì è accaduto qualcosa di completamente diverso. L'arrivo delle nuvole ha reso estremamente percepibile il vuoto tra il cielo e le montagne. Per alcuni minuti il campo è sembrato organizzarsi attorno a quell'assenza, che man mano acquistava sempre più densità, profondità e presenza.
Verso Leg Grevasalvas · 31 maggio 2026 · 13:03
Quando un dipinto è finito?
Un dipinto non è finito quando ogni elemento è al proprio posto, ma quando la forma relazionale emersa durante l'osservazione torna a essere percepibile sulla tela. Non si tratta di una somiglianza con il paesaggio, ma di una coincidenza con il momento.
Per questo può capitarmi di modificare un colore, una direzione o una tensione anche dopo giorni di lavoro. Non perché il dipinto sia sbagliato, ma perché quella particolare relazione che avevo osservato non riesce ancora, o non riesce più, a mantenersi visibile.
Dipingere è un continuo ritornare al momento osservato. Ogni passaggio sulla tela diventa un modo per verificare, affinare e lasciare emergere ciò che era già presente nell'esperienza ma che non avevo ancora riconosciuto con chiarezza. Così, nel lavoro di atelier, affiorano sfumature, profondità e dettagli che sul luogo avevo incontrato con la presenza ma non ancora con la consapevolezza.
Poi, quando il dipinto e il momento iniziano a coincidere, capisco che il lavoro può dirsi concluso.
Se desideri approfondire questo passaggio della ricerca, ho raccolto alcune riflessioni nell'articolo Come faccio a sapere quando un dipinto è finito, disponibile sul sito.
Ciò che resta
Ho iniziato questa ricerca nei luoghi con una domanda molto semplice: è possibile incontrare il reale senza consumarlo?
Per consumarlo non intendo soltanto sfruttarlo o danneggiarlo. Credo infatti che si possa consumare anche con il solo sguardo, quando un luogo diventa soprattutto qualcosa da fotografare, interpretare, utilizzare o aggiungere alle proprie esperienze. In tutti questi casi il paesaggio rischia di diventare un mezzo per qualcosa che riguarda noi, anziché qualcuno (o qualcosa), da incontrare.
Pensavo che questa ricerca mi avrebbe insegnato a ripulire ulteriormente lo sguardo invece, dopo appena tre dipinti della nuova serie legata ai luoghi e non alle testimonianze, mi sembra che mi stia insegnando altro.
Credo infatti che le forme non siano il vero centro della ricerca, ma il punto su cui il mio sguardo può finalmente posarsi. Un po' come accade quando, parlando con una persona, incontriamo i suoi occhi. Non perché quegli occhi abbiano necessariamente qualcosa da comunicarci, ma perché rendono possibile una qualità diversa della relazione; danno profondità all’incontro.
Ecco, credo che le forme, nel mio lavoro, svolgano una funzione simile. Non spiegano, interpretano o attribuiscono significato al reale, ma rendono semplicemente accessibile allo sguardo una relazione che, altrimenti, resterebbe invisibile.
È ancora soltanto un'ipotesi e continuerò a metterla alla prova, osservazione dopo osservazione, dipinto dopo dipinto. Ma se dovessi dire cosa ho compreso in queste tele, oggi direi che:
Incontrare il reale non significa imparare a guardarlo meglio, ma riuscire a trovare, finalmente, un luogo su cui il nostro sguardo possa posarsi senza dover trasformare ciò che incontra in qualcosa da capire, usare o consumare.
Questa ricerca continua a modificare le domande prima ancora di trovare risposte. Se vorrai, ti racconterò dove mi avranno portato le nuove osservazioni il prossimo 13 agosto.
Grazie per aver percorso con me anche questo tratto di ricerca.
Lieti momenti,
Giada