13 settembre 2026
S2 · #4
Quanto ci perdiamo di un luogo mentre crediamo di vederlo?
Quando ciò che sappiamo decide cosa dobbiamo guardare.
Quando raggiungiamo un luogo, raramente arriviamo senza cercare nulla. Possiamo desiderare un bel panorama o il silenzio, vedere quanto quel posto sia cambiato nel tempo, individuare una fotografia, una sensazione di benessere o un’esperienza da ricordare. A volte cerchiamo una conferma di ciò che già sappiamo, altre qualche cosa da dire o da mostrare, altre ancora qualcosa che ci aiuti a comprendere meglio noi stessi.
E va benissimo, sia chiaro. Anch’io porto con me ricordi, conoscenze, aspettative e preoccupazioni: il solito bagaglio di una vita, insomma. Il problema nasce invece quando, senza accorgercene, ciò che stiamo cercando decide ciò riusciremo a vedere.
Nell'ultimo mese ho colto diverse Osservazioni, durante le quali mi sono accorta che uno degli ostacoli più difficili da riconoscere non è la distrazione, il pensare ad altro mentre siamo lì. È infatti possibile essere molto attenti e presenti e, nello stesso tempo, continuare a selezionare il luogo in base a ciò che ci interessa, ci colpisce o ci sembra importante.
Possiamo guardare un ghiacciaio e vedere soprattutto quanto si è ritirato. Possiamo raggiungere un punto panoramico e cercare l’immagine che ci aspettavamo. Possiamo escludere un elemento perché ci sembra fuori posto, poco naturale, troppo insignificante o semplicemente brutto. In tutti questi casi stiamo sempre guardando ciò che abbiamo davanti, ma lo stiamo facendo attraverso una gerarchia già stabilita.
È qui che mi hanno portata le Osservazioni di questo mese: a chiedermi quante cose di un luogo restano invisibili mentre ci concentriamo su ciò che già conosciamo, desideriamo o qualcosa che parli di noi.
Quando ci perdiamo il luogo perché sappiamo già cosa vogliamo guardare
Il 29 agosto ho raggiunto la Chamanna da Boval, davanti al ghiacciaio del Morteratsch. Quel giorno ho voluto cogliere diverse Osservazioni; ne ho colte tre. Una appena uscita dal bosco, una dalla Boval appena arrivata, una prima di andare via.
Durante la seconda, davanti al panorama che offrivano Morteratsch, Biancograt, Bernina, Palü e compagnia, ciò che sapevo sull’arretramento dei loro ghiacciai riusciva ad occupare quasi interamente il mio sguardo. Continuavo a confrontare la situazione presente con quello che ricordavo o che avevo visto in fotografie del passato, misurandolo attraverso ciò che non c’era più.
Il loro arretramento è un fatto reale e importante. Il problema però non era riconoscerlo, ma lasciare che quella conoscenza decidesse da sola tutto ciò che poteva essere visto. Finché ponevo il ghiaccio come misura della perdita, ogni altra presenza poteva apparire soltanto come la conseguenza di un’assenza.
Quando invece sono riuscita a far arretrare quel confronto, senza per questo negarlo, le rocce che affioravano dal ghiaccio hanno acquistato una presenza propria. In quel momento la trasformazione non appariva più soltanto come una sottrazione, ma conteneva contemporaneamente una comparsa.
Qualche giorno dopo ho pubblicato sui social un breve reel del panorama preso dalla Boval. Il video ha ricevuto molte visualizzazioni e commenti. Alcune persone hanno riconosciuto il luogo o ne hanno osservato la bellezza, ma la maggior parte ha parlato quasi esclusivamente di sofferenza, agonia, desolazione, colpa e tragedia. Qualcuno sembrava considerare persino inappropriato provare meraviglia davanti a un ghiacciaio che si sta ritirando.
Quelle reazioni mi hanno fatto capire che ciò che era accaduto al mio sguardo non riguardava soltanto me. Il ghiacciaio sembrava poter essere guardato principalmente attraverso la sua scomparsa, quasi che soffrirne fosse diventato l’unico modo legittimo per comprenderne davvero la condizione.
Ma riconoscere la bellezza presente non significa ignorare il cambiamento climatico, così come vedere ciò che emerge dal ghiaccio non significa trasformarne la perdita in qualcosa di positivo.
Significa non permettere che una verità, per quanto reale e importante, esaurisca tutto ciò che quel luogo può ancora rendere percepibile. Altrimenti il ghiacciaio rischia di scomparire due volte: la prima fisicamente, arretrando; la seconda dietro il racconto della sua perdita, quando non riusciamo più a incontrarlo per ciò che continua a essere e per tutto ciò che attorno a lui continua ad accadere.
Qualcosa di simile mi era successo pochi giorni prima lungo l’Ova da Bernina, in Val Morteratsch. Il fiume ingrossato trasportava acqua marrone, molto diversa dal consueto color smeraldo. Quando ho smesso di confrontarla con il mio ricordo, mi sono accorta che lo sguardo continuava a tornare su un piccolo ometto di pietre costruito sopra un masso in mezzo al fiume. Eppure continuavo ad escluderlo dall’Osservazione.
Il mio rifiuto non era estetico, ma etico. Sono contraria alla costruzione di ometti quando non servono a indicare un percorso in quota. Mi sembra il solito modo che abbiamo noi umani di considerare ogni luogo una nostra proprietà. Un ometto invita a costruirne altri e un gesto individuale apparentemente innocuo finisce spesso per diventare deturpante. Io direi che se proprio nasce il desiderio di farne uno, credo sia meglio disfarlo prima di andarsene, tutto lì.
Dicevo: malgrado non approvassi quella costruzione, l’ometto restava. Ho quindi compreso che il mio giudizio non poteva stabilire se quella presenza meritasse o no di essere osservata: c’era.
Così quando ho smesso di respingerlo, il campo ha cominciato a organizzarsi proprio attorno al suo equilibrio: le pietre non erano definitivamente stabili, ma nemmeno sul punto di cadere. A partire da lì ho potuto riconoscere la stessa condizione nelle innumerevoli gocce di pioggia trattenute sugli aghi degli alberi, sulle foglie e sui fili d’erba. Se avessi continuato a cercare qualcosa di più naturale o più adatto alla mia idea di Osservazione, probabilmente non avrei visto quella miriade di gocce in bilico.
Credo che sospendere un giudizio non significhi affatto rinunciarvi o diventare indifferenti. Io continuo a considerare dannosa la costruzione di ometti inutili e ad essere consapevole della gravità del ritiro dei ghiacciai. Mi sforzo però di cercare di riconoscere quando ciò che so o penso smette di accompagnare lo sguardo e comincia invece a decidere tutto ciò che può apparire o deve scomparire.
Posso dire che le tre Osservazioni raccolte durante la giornata alla Boval diventeranno un unico dipinto, che sto affrontando in questi giorni. Ne parlerò in seguito, ma la domanda che hanno sollevato mi è già chiara: che cosa può diventare visibile del luogo in cui sono quando la mia lettura personale smette di guidare l’attenzione?
Per leggere nel dettaglio le Osservazioni a cui ho fatto riferimento:
Una domanda da portare con te, se vuoi
La prossima volta che raggiungi un luogo, prova a chiederti:
Che cosa ho già deciso di guardare, prima ancora di arrivare?
Non per scegliere qualcos’altro da guardare: così cambieremmo soltanto l’oggetto della nostra ricerca, continuando però a decidere in anticipo che cosa debba apparire. Potremmo invece semplicemente accorgerci della gerarchia con cui stiamo organizzando ciò che vediamo e osservare se lo sguardo continua a tornare su qualcosa che avevamo considerato marginale, fuori posto o poco interessante.
Potrebbe non accadere nulla. Ma forse, facendo arretrare per un momento ciò che pensiamo del luogo, qualcosa che era sempre rimasto sullo sfondo riuscirà finalmente ad apparire.
Come si fa ad accorgersi quando un incontro è accaduto?
Possiamo trascorrere molto tempo in un luogo, guardarlo con attenzione, conoscerne i nomi, fotografarlo ed esserne profondamente colpiti senza necessariamente averlo incontrato. Ma allora, come possiamo riconoscere che un incontro è davvero accaduto?
Le prime Osservazioni mi hanno suggerito alcuni indizi. Forse non vediamo qualcosa in più, ma cambia l’organizzazione di ciò che era già presente: le gerarchie dello sguardo si modificano, ciò che sembrava marginale comincia a rendere visibile il resto e anche la nostra posizione entra nella configurazione.
Ho raccolto queste riflessioni in un nuovo approfondimento. Non per trasformarle in una tecnica con cui produrre un incontro, ma per provare a riconoscere ciò che accade quando un luogo smette di rimanere soltanto davanti a noi.
Quando a condurre lo sguardo è la luce
Questo mese ho terminato il dipinto nato dall’Osservazione 004, colta il 9 luglio sopra il Leg Grevasalvas. Ero andata lì per aspettare il tramonto, in uno dei pochi giorni dell’anno in cui il sole scompare dentro la spaccatura fra due montagne. Eppure, ad aprire l’Osservazione non è stato il sole, ma il bagliore di alcuni sottili steli d’erba che emergevano dall’ombra delle rocce.
Quegli steli non hanno trattenuto lo sguardo su di sé. Lo hanno condotto verso la luce che li rendeva visibili e, infine, verso il sole che stava scomparendo. Nel dipinto ho cercato di verificare se anche la pittura potesse accompagnare lo sguardo lungo lo stesso percorso, rendendo percepibile il legame che continuava a tenere unite le presenze mentre la luce si ritirava.
Ciò che resta
L’ultima Osservazione di questo mese è nata in Val d’Agnel, davanti all’Himmelstor, la Porta del Cielo: un arco di roccia naturale, talmente evidente e carico di suggestioni da sembrare il protagonista inevitabile del luogo. Eppure il mio sguardo non si è organizzato attorno all’arco. A diventare percepibili sono stati i passaggi fra le montagne: le numerose forcole che interrompevano la continuità delle cime e lasciavano comprendere che il percorso avrebbe potuto proseguire in molte direzioni, anche se non le riuscivo a vedere.
Mentre registravo l’audio dell’Osservazione, sono inoltre comparsi tre gipeti. Non li ho intesi come simbolo di qualche cosa, conferma, segno o indicatori di una via. Nella composizione, il loro passaggio ha semplicemente reso visibile in cielo la stessa possibilità di andare altrove che il terreno aveva già fatto emergere.
Se fossi rimasta concentrata sull’Himmelstor, probabilmente avrei visto un arco spettacolare, avrei scattato alcune fotografie e sarei tornata a casa sicura di aver colto il clou dell’escursione. Mi sarei però persa il luogo: non le montagne, le rocce o il panorama, bensì la particolare relazione che, in quel momento, lo ha reso percorribile anche oltre ciò che potevo vedere.
Credo che sia questo ciò che resta delle Osservazioni di questo mese. Non l’idea che dovremmo liberarci delle nostre conoscenze, convinzioni o preoccupazioni per presentarci vuoti davanti a un luogo. Sarebbe impossibile e decisamente nemmeno desiderabile.
Possiamo però accorgerci quando ciò che portiamo con noi occupa tutto lo spazio, impedendo al reale di superare l’idea che ne abbiamo già.
È ciò che cerco di fare attraverso il mio lavoro: non scoprire un significato nascosto nei luoghi, ma provare a non chiudere in anticipo le possibilità attraverso cui possono diventare visibili. Forse incontrare un luogo comincia proprio quando ciò che sappiamo smette di avere l’ultima parola su ciò che possiamo vedere.
Grazie per aver percorso con me un breve tratto di ricerca, anche questo mese.
Lieti momenti,
Giada